lunedì 16 gennaio 2017

IL TRADIMENTO delle élite, secondo Rampini




 Nel suo libro più recente [Il Tradimento. Globalizzazione e Immigrazione. Le menzogne delle élite, Mondadori, Strade Blu, Novembre 2016, pp.198], Federico Rampini entra nel merito delle questioni più “calde” dell’attualità politica ed economica. “Nulla di nuovo sotto il sole”, per la verità, neppure nella tesi di fondo che sorregge la narrazione e dà il titolo al libro, perché il cosiddetto tradimento delle élite, ancorché ingigantito dai potenti riflettori di cui dispone la nostra epoca, non è fatto né nuovo né originale e dunque, a mio giudizio, non soltanto e non espressamente riconducibile al fenomeno della globalizzazione e dell’immigrazione di massa. Pure, le pagine introduttive del libro hanno il pregio di ricapitolare in sintesi rapida e brillante quanto è avvenuto e continua ad avvenire sotto i nostri occhi. Insomma, laddove Rampini fa il punto sull’ultimo e forse più grave [in ordine di tempo] “tradimento” delle élite, appare convincente:

“II mondo sembra impazzito. Stagnazione economi­ca. Guerre civili e conflitti religiosi. Terrorismo. E, in­sieme, la spettacolare impotenza dell'Occidente a go­vernare questi shock, o anche soltanto a proteggersi.
 Senza una guida, abbandonate dai loro leader sem­pre più insignificanti e irrilevanti, le opinioni pubbli­che occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme. La vittoria di Brexit nel referendum in Gran Bretagna che ha sancito l'uscita dall'Unione europea. I messag­gi radicali di Donald Trump e Bernie Sanders che nel corso della campagna elettorale americana del 2016 hanno avuto un seguito inatteso, insperato, imprevi­sto fino a un anno prima. Le derive autoritarie in Po­lonia e Ungheria. Che si tratti di fenomeni durevoli o transitori, passeggeri o irreversibili, tutti hanno un ele­mento in comune: alla paura si risponde con la fuga in­dietro, verso il recupero di identità nazionali. Si cerca di alzare il ponte levatoio. Di isolarsi da tutto il male che viene da «là fuori».
 È una reazione comprensibile.
 È normale cercare di proteggersi dall'inaudita violen­za di attentati terroristici di matrice islamista sul suolo europeo: un'escalation che dopo «Charlie Hebdo» ha colpito ancora Parigi nel novembre 2015, Bruxelles nel marzo 2016, Nizza nel luglio 2016. L'America non è immune.
 Ed è normale cercare una via d'uscita dalla stagna­zione economica ultradecennale, che ha reso i figli più poveri dei genitori.
 Immigrazione e globalizzazione, sono i due feno­meni sotto accusa.
 Il grande tradimento delle élite spinge alla ricer­ca di soluzioni nuove... oppure antichissime. Quel tradimento è reale. Per élite intendo un ceto privile­giato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo; capitali­sti, banchieri, top manager nella sfera dell'economia. Più coloro che hanno un potere indiretto attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l'egemonia culturale: intellettuali, pensa­tori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono den­tro anch'io.
 Il tradimento delle élite è avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione, abbiamo teo­rizzato e propagandato i benefici delle frontiere aper­te: e questi per la maggior parte non si sono realizzati. Quando abbiamo continuato a recitare un'astratta re­torica europeista mentre per milioni di persone l'euro e l'austerity erano sinonimi di un grande fallimento.
 Il tradimento delle élite si è consumato quando ab­biamo difeso a oltranza ogni forma di immigrazione, senza vedere l'enorme minaccia che stava maturan­do dentro il mondo islamico, un'ostilità implacabile ai nostri sistemi di valori.”

 Con il consueto e impeccabile stile giornalistico, tra aneddoti del vissuto personale, osservazioni più o meno condivisibili e una certa ostentata soddisfazione per la recente acquisizione della cittadinanza americana [tanto maggiore per chi come lui cominciò la sua attività giornalistica su “La Città Futura”, settimanale della Federazione Giovanile Comunista],



Rampini si muove tra Italia e Usa, neppure dimenticando la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. Se “L’America non è il paradiso terrestre”, l’Italia sembra più vicina all’inferno: negli USA, “pur tra tanti squilibri, la ricchezza ha ripreso a circolare, l’economia si è rimessa in movimento”, in Italia è allarmante la disoccupazione giovanile, il sistema pensionistico è a rischio, perché “gli assegni ai pensionati vengono pagati via via che dai lavoratori attivi si prelevano i contributi. È un flusso di cassa, da chi lavora a chi sta in pensione. Se si ferma il flusso, lo Stato deve metterci del suo: e ha già debiti  oltre il 120 per cento del Pil. Come si può pensare che questo sistema regga, e che continui a pagare i pensionati prossimi venturi, se il mondo del lavoro sarà fatto di giovani che guadagnano fra gli 800 e i 1500 euro al mese?” [pp.88-89]. Le ragioni della crisi italiana sono molteplici, ma tutte riconducibili ad una classe dirigente imbelle e cialtrona che continua a incoraggiare e  proteggere il corporativismo: dall’eccessiva tolleranza nei confronti del comportamento dei dipendenti pubblici al nepotismo imprenditoriale, giornalistico e universitario, dalla mancanza di politiche sociali per ridurre le disuguaglianze alla corruzione, alle raccomandazioni e ai tanti favoritismi [pp.90-93].
 L’analisi di Rampini, talora ineccepibile, perché racconta ciò che è sotto gli occhi di tutti, non esclude tuttavia qualche elemento di incorerenza. A cominciare dalla globalizzazione – da lui ritenuta lo strumento principale del tradimento delle élite – che sarebbe agli sgoccioli [Globalizzazione addio, si intitola il V capitolo del suo libro], non solo per via di una crescente autocritica, un po’ ovunque nel mondo, delle stesse élite, e  per l’affermarsi della glocalizzazione – così il sociologo Zygmunt Bauman chiama il fenomeno dell’adattamento del globalismo economico alle realtà locali – ma soprattutto per le prese di posizione di Trump contro l’immigrazione di massa e la delocalizzazione delle imprese. A seguire con l’affermazione che la Cina non ha alcun interesse a interrompere un fenomeno che l’ha portata ad essere la più grande potenza economica del mondo e che le nuove regole del mercato per fronteggiare lo strapotere cinese, in gran parte determinato dalla globalizzazione, stentano a decollare. Il Tpp [Trans Pacific Partnership] o accordo di libero scambio siglato lo scorso ottobre dagli Usa con 11 paesi dell’area del Pacifico, non sembra infatti sufficiente a interrompere e neppure a limitare lo sviluppo cinese, in mancanza dell’approvazione del Ttip [Transatlantic Trade and Investment Partnership] tra USA e Unione Europea [UE], di cui si parla ormai da oltre tre anni. Ma il Ttip – mi chiedo – tra paesi che rappresentano la metà del Pil mondiale, è davvero in grado di modificare le attuali storture del mercato globale o non si rivelerebbe addirittura dannoso, come più di uno studio dimostra, per i diritti dei produttori e dei consumatori, soprattutto europei e in particolare italiani, considerata la produzione ancora eccellente del “made in Italy”? Senza neppure considerare le ripercussioni sul piano politico e in ultima analisi sul ruolo della democrazia. Perché se è vero, come sostiene Rampini, che la democrazia è in crisi ovunque nel mondo occidentale per la crescente proletarizzazione della classe media, che senso ha lanciare un appello, alla fine del libro, per “Salvare la democrazia”, in un mondo che ha liquidato la classe di riferimento delle istituzioni democratiche, e i cui valori sono determinati unicamente dalla guerra dei Pil, gestite dalle élite, con scarsa attenzione al benessere sociale della collettività e alla volontà dei cittadini?


sergio magaldi   

mercoledì 14 dicembre 2016

REFERENDUM: VINCE IL POPOLO SOVRANO O LA PARTITOCRAZIA?




 Il voto referendario è stato esaminato sotto ogni possibile aspetto e significato: i giovani, le regioni meridionali, le periferie, i poveri hanno votato in netta maggioranza per il No; gli anziani, le regioni del nord, i centri storici, i ricchi hanno votato mediamente e in prevalenza per il . Il dato incontestabile, ancorché di vago sapore manicheo, offre diverse riflessioni. La prima, da più parti messa in evidenza, è che non si è votato sulla riforma costituzionale ma sulla condizione sociale in cui versa questo Paese ormai da circa vent’anni, con una oligarchia stabile della ricchezza e del potere, la falcidia premeditata dei redditi medi e bassi in conseguenza dell’avvento dell’euro, la proletarizzazione della classe media, la cinesizzazione del lavoro, la crescente disoccupazione giovanile, la corruzione dilagante, il flusso migratorio inarrestabile e così via.

 Ogni partito politico non rappresentato sui banchi di governo aveva la sua fetta di buone ragioni per invitare i propri elettori a dire un No chiaro e tondo: l’unico modo pacifico per manifestare il dissenso politico e credere di contare ancora qualcosa in questa democrazia malata che non riesce neppure a varare una legge elettorale. Chi si è offerto alla bisogna come capro espiatorio? Diamine! Non poteva che essere  Matteo Renzi, l’ex sindaco di Firenze che da anni, nel bene e nel male [vedi in proposito il post del 22 Giugno 2016: “Gli errori di Matteo Renzi” e clicca sul titolo per leggere], si agita nel tentativo impossibile di muovere le acque chete e torbide di una società ormai alla deriva. Solo un uomo come lui, dotato di grande presunzione e di altrettanta leggerezza, poteva offrirsi per questo rito di espiazione invocato da un’intera classe politica, vera responsabile dell’abisso in cui è precipitato il Paese.

 La cerimonia è perfettamente riuscita e ogni partito politico, compreso il 20% del Pd guidato da Renzi, può rivendicare per sé un qualche merito nell’intestarsi la vittoria del popolo sovrano. In realtà, gli italiani hanno fatto quello che gli stessi partiti – alternatisi al governo negli ultimi vent’anni con i risultati che abbiamo sotto gli occhi [con l’eccezione del M5S, in campo solo da tre anni] – gli hanno chiesto di fare. Ed ecco la riflessione più semplice e meno considerata: più che una vittoria di popolo, come si sente ripetere da destra e da sinistra, è stata una festa della partitocrazia, non solo perché sono popolo sia gli oltre 19 milioni di voti del No che gli oltre 13 milioni di voti del Sì, quanto perché il voto, pur con le motivazioni sociali che lo giustificano, riflette le percentuali attribuite ai singoli partiti dagli ultimi sondaggi elettorali e che, al di là del trasformismo che, in mancanza del vincolo di mandato per gli onorevoli, ha frazionato il Parlamento in 23 gruppi parlamentari, rispecchia mediamente – con l’eccezione del centrodestra dove la Lega ha rovesciato a proprio vantaggio il rapporto con Forza Italia – i risultati elettorali delle ultime elezioni politiche del 2013. I sondaggi del TG di la 7 del 28 Novembre e del 4 Dicembre [non diversamente da altre fonti] attribuiscono ai partiti del No una percentuale oscillante tra il 68,2 e il 68,7 [M5S-Lega Nord-Forza Italia-Fratelli d’Italia-Sinistra Italiana-Pd minoranza] e ai partiti del Sì una percentuale tra il 28,5 e il 28,6 [Pd maggioranza-Ncd-Udc]. Il risultato referendario modifica soltanto in parte le potenzialità elettorali degli schieramenti in campo: circa 9 punti in meno per il fronte del No [59,11%] e circa 12 punti in più per il fronte del [40,89%].

 Nella sostanza, dunque, il popolo italiano, com’è nella sua storia,  si conforma alle indicazioni dei partiti. La riflessione, banale quanto si vuole e per questo poco esercitata dagli addetti ai lavori, non è senza conseguenze. La prima è che il popolo sovrano non ottiene alcun vantaggio da questa “straordinaria” vittoria. La seconda è che neppure un mago avrebbe potuto quasi raddoppiare la percentuale di base di cui disponeva il fronte del Sì e averlo creduto possibile da parte di Renzi non è stato solo un peccato di ubris e di temerarietà, che in fin dei conti riguarda solo il suo destino personale, ma è prima di tutto ciò che ne fa un uomo politico di una ingenuità sconcertante che ha finito col vendere illusioni ai suoi stessi elettori e a quanti avevano creduto di vedere in lui il volto finalmente nuovo della politica italiana. Nulla è per sempre e può darsi benissimo che per il futuro egli faccia tesoro della lezione. La terza è che si parli di grande sorpresa per il risultato da parte di chi [e sono in tanti] non era accecato dal cupio dissolvi del premier. Quando Forza Italia, come sempre inaffidabile per la natura stessa di chi la guida e di chi ne fa parte, lo ha lasciato col cerino in mano – dopo aver fatto parte della maggioranza parlamentare che aveva approvato la riforma costituzionale – saggezza avrebbe voluto che il Referendum fosse “spacchettato” – come avevano proposto i radicali – in tre o quattro quesiti: 1)Superamento del bicameralismo perfetto, togliendo al Senato rimasto elettivo solo l’approvazione delle leggi ordinarie, 2)Soppressione del CNEL, 3)Riforma del titolo V, parte II, della Costituzione, 4)Riforma sui referendum costituzionali e le leggi di iniziativa popolare.

 Con molta probabilità su tre dei quattro quesiti avrebbe prevalso il Sì, mentre il No avrebbe bocciato la riforma del titolo V perché contraria agli interessi di campanile. Comunque sia, sarebbe stato un voto molto più referendario che politico e il governo non ne sarebbe stato toccato. Ma Renzi ha preferito “tutto o niente” e al sistema partitocratico, giocando la facile partita del “tutti contro uno”, non è parso vero invitare i propri elettori a rispondere “niente”.


sergio magaldi 


venerdì 9 dicembre 2016

A chi spetta la sovranità in una democrazia rappresentativa?

 Il 2° comma del 1° articolo della Costituzione Italiana recita che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Eppure, in queste ore, nel bel mezzo di una crisi di governo, si ha come l’impressione che la sovranità nazionale spetti in realtà ai 15 giudici della Consulta, i cui poteri sono regolati dagli articoli 134-135-136 e 137 della Costituzione e che per il loro incarico, percepiscono uno stipendio di trentamila euro mensili [superiore a quello dello stesso Presidente della Repubblica], oltre a numerosi benefit: liquidazione e pensione d’oro, auto blu con due chauffeur personali, appartamento di servizio, previdenza sanitaria privilegiata ecc… Naturalmente, si tratta di una sovranità non usurpata, ma di fatto delegata dal Parlamento che, a sua volta, la riceve dal popolo sovrano.

Perché tutto questo? Perché – si sente ripetere – non esistono al momento leggi elettorali con cui il popolo possa andare al voto, manifestando la propria sovranità, in quanto l’Italicum – la legge elettorale per l’elezione della Camera dei deputati – in vigore dal mese di luglio, è sottoposto a giudizio di costituzionalità e la Consulta fa sapere che, in pendenza di ricorsi, non potrà pronunciarsi prima del 24 gennaio e, come da prassi consolidata, è molto probabile che la relativa sentenza, operativa per il Parlamento, sia emessa solo un mese più tardi. Quanto all’elezione del Senato [che resta elettivo dopo la vittoria del No nel referendum dello scorso 4 dicembre ], è attualmente in vigore una legge elettorale già emendata dalla Corte Costituzionale e che non a caso è denominata Consultellum.

Dal canto suo, il Presidente della Repubblica, secondo il dettato costituzionale, non può sciogliere le Camere, senza avere prima accertato se in entrambi i rami del Parlamento vi sia una maggioranza in grado di sostenere un nuovo governo. In realtà, tali condizioni non sussistono, tant’è che il presidente Napolitano, dopo le elezioni del 2013, tolse il pallino a Bersani, che intendeva presentarsi al Senato senza una maggioranza precostituita, affidando l’incarico a Letta che realizzò il governo delle larghe intese, prima con Forza Italia, poi con una sua parte, uscita dal partito [NCD]. Infine, da quando Renzi è subentrato a Letta, la maggioranza di governo, sempre più esigua, è sopravvissuta grazie ai voti di un’altra minoranza uscita da Forza Italia [l’ALA di Verdini]. Non è dunque vero che il Pd disponga al momento di una maggioranza precostituita perché, senza i voti di NDC e di ALA, un suo governo non avrebbe la fiducia del Senato.

Non appare dunque priva di fondamento la proposta del segretario del Pd: un governo di unità nazionale, con tutti i partiti presenti in Parlamento per fare una nuova legge elettorale, uniforme per Camera e Senato, o subito al voto. Proposta ritenuta da più parti irricevibile, perché da una parte c’è l’indisponibilità di tutta l’opposizione – che a parole chiede di andare subito alle urne [con l’eccezione di Forza Italia] – a far parte di un governo di scopo; dall’altra, perché si sostiene che non sia possibile votare con due leggi tanto difformi [Italicum e Consultellum], su una delle quali pende il giudizio di costituzionalità.

Eppure, se davvero si volesse andare al voto in tempi ragionevoli, basterebbe discutere in Parlamento [il sovrano delegato dal popolo], in presenza di un esecutivo dimissionario ma tutt’ora in carica per il disbrigo degli affari correnti, la proposta presentata al Senato dal M5S [che, a giudizio dei pentastellati, corregge e armonizza tra loro le due leggi elettorali attualmente in vigore], e/o le eventuali proposte di altri gruppi parlamentari. Il senso di responsabilità dei rappresentanti del popolo dovrebbe alla fine prevalere e dare al Paese, a prescindere da ipotetiche maggioranze di governo, una legge equilibrata per andare al voto in tempi rapidi, come chiedono diverse forze politiche e gli stessi cittadini.

Le lungaggini della Corte Costituzionale – giustificate da impedimenti di natura legale e burocratica, che peraltro dovrebbero essere sempre subordinate all’esercizio della sovranità popolare – sono solo l’alibi dei partiti per mantenere in vita questa legislatura, vuoi per l’interesse materiale degli onorevoli di tutti i gruppi di portare a casa i vitalizi che non scattano prima del 17 settembre 2017, vuoi per l’interesse politico paradossalmente condiviso di chi  da una parte teme la vittoria dei Cinque Stelle e di chi, dall’altra, [politici di lungo corso, popolo di facebook, personaggi inamovibili dei talk show, autorevoli firme della carta stampata ecc…], pur predicando da tempo che bisogna andare al voto – perché a seguito del pronunciamento della Consulta sulla incostituzionalità della precedente legge elettorale, Parlamento e Governo sarebbero abusivi – ora frena, spaventato all’idea, anche se dichiara il contrario, che in quel 41% di Sì ci sia davvero più di un voto per Renzi.

 


sergio magaldi

mercoledì 7 dicembre 2016

I PRIMI FRUTTI DELL'ALBERO DEL NO




Si cominciano a vedere i primi frutti dell’ Albero del No:

-  il suggerimento all’Italia, da parte di ambienti governativi tedeschi, di chiedere il soccorso del Fondo Monetario,

-        la secca intimazione di Bruxelles che l’Italia colmi al più presto il buco di bilancio di 15/17 miliardi,

-   l’invito rivolto al nostro Paese da più parti, di varare una patrimoniale da 15 miliardi per far fronte alla crisi,

-      l’impossibilità di andare a votare in tempi brevi, come hanno chiesto Grillo, Salvini e lo stesso Renzi,  per le seguenti ragioni:

a)manca una legge elettorale alla Camera come al Senato,       perché l’Italicum era previsto per l’elezione dei deputati solo nell’ipotesi di abolizione del Senato elettivo,

   b)la Corte Costituzionale deve pronunciarsi sulla costituzionalità dell’Italicum e, nell’ipotesi più ottimista, non lo farà che tra la fine di gennaio e i primi di febbraio. Solo dopo quella data si comincerà a discutere per due nuove leggi elettorali [una per la Camera, l’altra per il Senato]. Prevedendo il tempo record di tre mesi, si andrebbe a maggio e quindi, considerati i 60 giorni dallo scioglimento del Parlamento, si potrebbe votare a luglio, mese impraticabile perché è già estate. Tutto sarà perciò rimandato all’autunno: scioglimento dei due rami elettivi, 60 giorni, campagna elettorale ecc..

    c)una legge elettorale condivisa prima che si pronunci la Consulta è di fatto impensabile,
    
   d)l’esigenza di deputati e senatori di arrivare alla data del 17 settembre per assicurarsi vitalizi e pensioni
 
    e)l’ago della bilancia nel Pd diventa il correntone di democristiani doc che ha il suo punto di riferimento nel Quirinale e che per l’esperienza di mezzo secolo si muove sempre con passo felpato e naturale circospezione.

-        la certezza, dunque, in base ai punti a, b, c, d ed e, è di andare a votare non prima di dicembre 2017 o addirittura alla scadenza naturale di febbraio 2018,

-     l’ulteriore certezza di avere per più di un anno a Palazzo Chigi un esecutivo debole in patria e tuttavia fortemente condizionato dalla volontà di Bruxelles e di Eurogermania.

Con ciò non si intende sostenere che con la vittoria del Sì [peraltro impossibile: il 25% del PD, senza la minoranza, contro circa il 70% di tutti gli altri partiti] i frutti sarebbero stati migliori: il peggiore di tutti l’ulteriore peccato di Ubris da parte di Renzi: credersi imbattibile.
L’unica speranza, al momento, è che si verifichi qualcosa di positivo nella Direzione del Pd che si aprirà tra pochi minuti.



sergio magaldi

lunedì 5 dicembre 2016

LA MERAVIGLIA DELLE MERAVIGLIE DEL POST REFERENDUM



 Meraviglia non poco che ci si meravigli del risultato del Referendum, quando partiti e movimenti politici si battono da mesi contro un solo partito, privo anche dell’appoggio della propria minoranza, apertamente schierata insieme a tutti gli altri. Come immaginare la maggioranza degli italiani insensibile alla promessa che, tolto di mezzo Renzi e le sue miniriforme, tutto sarebbe cambiato per il meglio?
La storia del nostro Paese insegna che gli italiani, nel loro conformismo – frutto di millenaria divisione, debolezza e subalternità – hanno sempre guardato a fazioni e parrocchie nella speranza di accaparrare benefici e privilegi e non come a strumenti per la tutela dei propri diritti e della propria libertà di pensiero. Venti anni di fascismo e cinquanta di democrazia cristiana, ne sono la più recente testimonianza. Solo il Risorgimento e la Resistenza al nazifascismo ne rappresentano la rara eccezione.

Meraviglia non poco che la percentuale del 59% dei No sia considerata sorprendente e schiacciante di fronte al 41% dei Sì. I contendenti di un Referendum sono due e quel 59% è una torta da tagliare in molte fette, mentre il 41% ottenuto dall’ottanta per cento di un solo partito è percentuale di fatto più alta di quella identica ottenuta da tutto il Pd nelle ultime elezioni europee.

Meraviglia non poco che ci si meravigli che Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle chiedano oggi di andare a votare subito con l’Italicum, piuttosto che tra circa due anni con una legge pasticciata, scritta contro di loro e che servirà a rilanciare il proporzionale e le larghe intese. È chiaro che dopo la vittoria del No questa strada è divenuta impraticabile [forse lo sarebbe stato anche con la vittoria del Sì], importante è però vedere come i pentastellati sapranno lottare perché – come scrive questa mattina Nino Galloni su www.scenarieconomici.it – non predomini “il lato oscuro di una grande vittoria”.

Meraviglia non poco che ci si meravigli dell’affermazione che nel centrodestra il vero vincitore del 4 Dicembre non sia Matteo Salvini, ma Silvio Berlusconi che, dopo aver fatto cadere a suo tempo la Bicamerale di D’Alema e oggi la miniriforma di Renzi,  in prospettiva, ha le carte in regola per unificare il centrodestra alle sue condizioni e per sedersi alla trattativa per una nuova legge elettorale che dopo il voto assicuri alla sua parte politica, in un modo o nell’altro, la partecipazione al governo del Paese.

Meraviglia non poco che ci si meravigli che Borsa e Spread, almeno al momento, resistano discretamente alla vittoria del No. Forse Renzi stava davvero diventando fastidioso a Eurogermania [e gli endorsement in suo favore degli ultimi giorni non dimostrano il contrario, anzi…]. L’idea di una campagna per le politiche del 2018,  in cui Renzi avrebbe aperto i cordoni della borsa e maltrattato Bruxelles per accaparrarsi i voti dei cittadini italiani, può essere apparsa meno appetibile ai mercati e alla UE di un’Italia in crisi di governo, più debole e divisa, e nella quale finiranno con l’affermarsi governi tecnici e/o delle larghe intese sul modello tedesco e spagnolo.

Meraviglia non poco che ci si meravigli delle affermazioni di Sgarbi che, nell’odierna puntata di Tagadà, ha parlato di un Renzi sconfitto nel Referendum, ma vincitore politico nel presentarsi come detentore di una percentuale di voti superiore a quella di ogni altro leader e partito.

Meraviglia non poco che non ci si meravigli di sentir parlare dalle parti del Nazareno di dimissioni di Renzi anche dalla  carica di segretario del Pd. Solo in questa evenienza, egli ratificherebbe davvero la propria sconfitta, ma questo apparente consegnarsi alle Erinni del rimorso e dell’espiazione, sarebbe in realtà un peccato di Ubris  pari a quello che l’ha portato a cacciarsi da solo in una situazione a dir poco kafkiana. Scrivevo in proposito in un post di qualche giorno prima del Referendum [Clicca per leggere tutto su Matteo Renzi, i sondaggi e le stelle] :


Ha tentato di modificare gli aspetti anacronistici della Costituzione e cercato di rimuoverne gli elementi di neofeudalesimo introdotti dall'Ulivo nel 2001 per compiacere la Lega Nord. Quale Ubris gli ha fatto credere di poterlo fare con un Parlamento che, in virtù della frammentazione e del trasformismo, frutto di leggi elettorali proporzionali  e di manuali Cencelli, in settant'anni ha prodotto solo le controriforme del Titolo V, del pareggio di bilancio e poco altro? Eppure la sfida innaturale è stata lanciata e vinta e ora l'Equilibrio della Bilancia esige il risarcimento, anche se la montagna ha partorito un topolino, come direbbe il poeta latino Orazio [superamento del bicameralismo paritario, soppressione del Cnel, riforma del titolo V. Il resto è poco o troppo complicato]. La Nemesi attende ora Renzi al varco, sotto forma del fuoco incrociato degli elettori, invitati a votare con la pancia da quasi tutti i partiti […] Quasi impossibile, insomma, opporsi alla galassia di stelle novae, nane stelle e stelle cadenti del firmamento politico italiano e infatti i sondaggi elettorali [anche quelli che, per l'ipocrisia della nostra classe dirigente, circolano ormai clandestini sotto forma di corse di cavalli e di automobili] danno vincente il No e persino i bookmakers inglesi [in Gran Bretagna si scommette anche sulle cose "serie", mentre agli italiani è permesso solo il "gratta e vinci"] pagano la vittoria del Sì tre volte tanto quella del No. E, per chi crede nel linguaggio di astri e pianeti, c'è nel cielo di nascita del Premier, nel giorno delle votazioni, uno stellium in Capricorno, suo segno zodiacale, con Venere e Plutone in transito su Sole e Luna di nascita, tutti all'opposizione di Saturno radicale nel segno del Cancro, mentre ben 16 "pezzi" dello zodiaco [9 di rivoluzione e 7 radicali], compresi in poco più di 60 gradi, fanno da corona allo stellium. L'effetto grafico, come si può vedere, è sorprendente: da una parte Saturno, di fronte tutti gli altri. Il presagio negativo sembra fin troppo chiaro”. 






sergio magaldi













giovedì 1 dicembre 2016

MATTEO RENZI , I SONDAGGI E LE STELLE




La narrazione corrente è che Renzi abbia personalizzato il Referendum e che poi si sia pentito, quando s'è reso conto che i sondaggi vedevano soccombere la Riforma Costituzionale, approvata in Parlamento a maggioranza semplice e perciò bisognosa di conferma referendaria. In realtà, a personalizzare lo scontro sono stati piuttosto i suoi avversari ai quali, come agli italiani poco informati, della riforma non frega niente. Ai primi, perché interessa solo liberarsi di lui, ai secondi perché sanno di vivere nel paese del Gattopardo. Politicamente, non si può dare torto ai nemici di Renzi che intendono sfruttare un'occasione tanto ghiotta, se non fosse che in questa poco gioiosa macchina da guerra, ci sono motivazioni diverse e talora contrapposte e che quindi ciascuno finirà col gioire più della sconfitta del Premier che della propria vittoria.

C'è la minoranza del Pd che vuole spodestare Renzi dalla carica di segretario e ci sono quelli, fuori e dentro il partito, che vogliono vendicarsi perché non hanno ottenuto da lui quello che speravano. C'è Forza Italia, che prima ha votato la riforma, poi s'è tirata indietro, diffondendo la leggenda metropolitana che si chiamava fuori dal patto del Nazareno per l'elezione non concordata del Presidente della Repubblica e non perché il partito si stava dimezzando. C'è la Lega Nord che non digerisce la riforma del Titolo V che limita la sovranità delle Regioni e che, con i suoi alleati di Fratelli d'Italia, vede Renzi come fumo agli occhi perché continua a raccogliere migranti, naufraghi del Mare nostrum. C'è il Movimento Cinque Stelle che vuole toglierlo di mezzo perché lo considera l'unico vero impedimento alla presa del potere e alla realizzazione della "decrescita felice". 

Dietro il corteo principale, ci sono poi i tanti cani sciolti della prima e della seconda Repubblica, i cosiddetti "migliori" costituzionalisti [secondo l'espressione di Marco Travaglio], i nostalgici, i conservatori, gli opportunisti, i centri sociali  e quella parte dei cattolici che rimprovera a Renzi la legge in favore dei gay. C'è infine una buona fetta del popolo della rete, pentastellati di serie B, C e D che, per mille ragioni, anche giuste dal loro punto di vista, ne vogliono la testa, convinti come sono che, caduto lui, otterranno finalmente posti di lavoro, welfare e giustizia.

Beppe Grillo raccomanda ai suoi di "votare con la pancia" e non con la testa. Mutatis mutandis, la stessa cosa, con l'eccezione di Berlusconi, fanno i leader degli altri partiti che invitano a votare per il No. E infatti, se i militanti del Movimento Cinque Stelle votassero con la testa, sceglierebbero il Sì, per la semplice ragione che con l'attuale legge elettorale avrebbero, tra poco più di un anno, concrete possibilità di vincere da soli le elezioni politiche. E' vero, d'altra parte, che Grillo ha capito che l'Italicum ha poche possibilità di sopravvivere al referendum, anche in caso di vittoria del Sì, e preferisce intestarsi oggi un'effimera vittoria politica, piuttosto che rischiare domani di vincere davvero, anche perché sa di non avere ancora i quadri per governare [Roma docet] e non a torto si accontenta al momento - così come faceva il vecchio PCI dell'epoca della guerra fredda - di gestire un quarto dell'elettorato italiano.

Analogamente, il popolo della Lega e di Fratelli d'Italia, se votasse con la testa e non con la pancia, sceglierebbe il Sì che rappresenta l'unico modo per non fermarsi ad uno sterile 15% dei consensi, divisivo con il centrodestra di Berlusconi. Il quale, dal canto suo, è l'unico che raccomanda di votare con la testa [mentre la pancia gli dice di votare Sì, come invitano a fare le sue aziende], perché con la vittoria del No ha due opzioni: sedersi al tavolo delle trattative per il nuovo governo tecnico o delle larghe intese o, in subordinata, una volta cambiata la legge elettorale, entrare in una coalizione con tutte le forze del centro e della destra e lottare per vincere le elezioni politiche.
Anche la minoranza del Pd dà l'indicazione per un voto di pancia: la vittoria del No contro un Sì che ottenesse più del 40% dei voti [oltre la stessa percentuale che il Pd raggiunse nelle elezioni europee] avrebbe forse il potere di far dimettere Renzi dal governo, non dalla segreteria, dando all'ex sindaco di Firenze l'opportunità di attribuire la sconfitta all'atteggiamento anti-partito dei dissidenti. Paradossalmente, invece, con la vittoria del Sì, la minoranza del Pd metterebbe nelle mani del suo segretario una patata bollente. Cambiare davvero la legge elettorale, come Renzi ha promesso a Cuperlo, potrebbe diventare difficile: per l'impossibilità di trovare una maggioranza in Parlamento e per la necessità di superare in tempi brevi la complessa burocrazia dell'elezione dei nuovi senatori. Renzi, anche per l'accresciuta autostima determinata dalla vittoria referendaria, potrebbe essere tentato - Corte Costituzionale permettendo - di lasciare in piedi l'Italicum, andando a sbattere nelle elezioni del 2018 contro i Cinque Stelle che, come si diceva sopra, con l'indicazione gastrointestinale di Grillo e la conseguente possibile vittoria del No, si precludono di fatto questa opportunità, preferendo una vittoria di Pirro e il rischio di una lenta quanto inarrestabile decadenza.

Ciò premesso, Matteo Renzi non è esente da responsabilità. Ha tentato di modificare gli aspetti anacronistici della Costituzione e cercato di rimuoverne gli elementi di neofeudalesimo introdotti dall'Ulivo nel 2001 per compiacere la Lega Nord. Quale Ubris gli ha fatto credere di poterlo fare con un Parlamento che, in virtù della frammentazione e del trasformismo, frutto di leggi elettorali proporzionali  e di manuali Cencelli, in settant'anni ha prodotto solo le controriforme del Titolo V, del pareggio di bilancio e poco altro? Eppure la sfida innaturale è stata lanciata e vinta e ora l'Equilibrio della Bilancia esige il risarcimento, anche se la montagna ha partorito un topolino, come direbbe il poeta latino Orazio [superamento del bicameralismo paritario, soppressione del Cnel, riforma del titolo V. Il resto è poco o troppo complicato]. La Nemesi attende ora Renzi al varco, sotto forma del fuoco incrociato degli elettori, invitati a votare con la pancia da quasi tutti i partiti. E si sa che in Italia partiti e parrocchie sono sempre ascoltati dalla maggioranza dei cittadini. Diversamente non si spiegherebbero 20 anni di fascismo e 50 di democrazia cristiana.

Quasi impossibile, insomma, opporsi alla galassia di stelle novae, nane stelle e stelle cadenti del firmamento politico italiano e infatti i sondaggi elettorali [anche quelli che, per l'ipocrisia della nostra classe dirigente, circolano ormai clandestini sotto forma di corse di cavalli e di automobili] danno vincente il No e persino i bookmakers inglesi [in Gran Bretagna si scommette anche sulle cose "serie", mentre agli italiani è permesso solo il "gratta e vinci"]pagano la vittoria del Sì tre volte tanto quella del No. E, per chi crede nel linguaggio di astri e pianeti, c'è nel cielo di nascita del Premier, nel giorno delle votazioni, uno stellium in Capricorno, suo segno zodiacale, con Venere e Plutone in transito su Sole e Luna di nascita, tutti all'opposizione di Saturno radicale nel segno del Cancro, mentre ben 16 "pezzi" dello zodiaco [9 di rivoluzione e 7 radicali], compresi in poco più di 60 gradi, fanno da corona allo stellium. L'effetto grafico, come si può vedere, è sorprendente: da una parte Saturno, di fronte tutti gli altri. Il presagio negativo sembra fin troppo chiaro. 

Eppure, non solo occorre ricordare quello che dicevano i saggi del Rinascimento, e cioè che "gli astri inclinano ma non determinano", ma anche osservare attentamente la posizione di Giove di nascita che dal Medio Cielo forma un trigono esatto con Saturno radicale e un sestile altrettanto esatto con Plutone di transito [Saturno 15°Cancro, Giove 15°Pesci, Plutone 15° Capricorno]. Avrà Giove la forza per ribaltare il pronostico o almeno per attenuarne la portata negativa nei confronti del Premier? Ecco un interrogativo in più per i cultori dell'antica scienza dei Caldei.

sergio magaldi

domenica 27 novembre 2016

VANTAGGI E SVANTAGGI DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE

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Villa Lubin (atrio).Sede del CNEL


 Sul superamento del bicameralismo perfetto o paritario, mi sembra utile ricordare quanto scrive Roberto D’Alimonte, in un articolo pubblicato un paio di anni fa su Il Sole 24 Ore: “[…] la maggioranza dei paesi della Unione Europea (15 su 28) non hanno una seconda camera. In altre parole sono sistemi parlamentari monocamerali […]. Tra i 13 paesi che hanno una seconda camera solo in 5 paesi  i suoi membri sono eletti direttamente dai cittadini.  In Spagna , tra l’altro, una parte dei membri sono designati dalle Comunità Autonome. Tra questi 5 paesi solo in Italia, Polonia e Romania si può dire che la seconda camera abbia dei poteri legislativi rilevanti. E solo l’Italia ha un sistema parlamentare in cui il Senato ha esattamente gli stessi poteri della Camera”.

Con il No, l’Italia si conferma pertanto come l’unico paese dell’Unione Europea dove Camera e Senato hanno poteri identici o, come dice Gustavo Zagrebelsky, dove il Senato esercita una funzione di controllo sulle leggi approvate dalla Camera.
Con il Sì, le leggi costituzionali ed elettorali restano di approvazione bicamerale, mentre termina l’estenuante “navetta” tra Camera e Senato che può ritardare o affossare l’approvazione delle leggi ordinarie e influire sul sistema economico del Paese, in virtù della possibile diffidenza degli investitori internazionali.

È vero che, in un recente articolo, l’Economist ci fa sapere che, nonostante  il bicameralismo paritario, la produzione italiana di leggi non è inferiore alla media europea, il problema però non è di quantità, bensì di qualità. È vero altresì che, a sostegno del No, si sente ripetere da mesi che quando si vuole, le leggi sono approvate in gran fretta, come nel caso del pareggio di bilancio, inserito nella Costituzione senza neppure bisogno di referendum confermativo, perché approvato da Camera e Senato a maggioranza dei 2/3. Quel che si dimentica di dire è che si trattò di una legge costituzionale e non di una legge ordinaria e che, nella difficile congiuntura dell’Italia di allora, quello fu il prezzo pagato all’Europa per timore della bancarotta. I maggiori partiti politici non se la sentirono di assumersi la responsabilità del No di fronte agli italiani [Da notare che il M5S non era ancora presente in Parlamento]. D’altra parte, l’assunto dei sostenitori del No [se si vuole, una legge si approva in breve tempo anche con il bicameralismo paritario…] testimonia esattamente il contrario di quanto afferma: è sufficiente cambiare una virgola, perché una legge – magari sgradita a certe lobby –  grazie all’azione compiacente di alcuni senatori della stessa maggioranza, rimbalzi di continuo tra Camera e Senato sino al definitivo affossamento. 

Con il No, dunque, si conferma il bicameralismo perfetto e di conseguenza viene bocciata anche la riforma del Senato. I senatori restano nel numero attuale di 315, sono eletti direttamente dai cittadini e da loro sono retribuiti indirettamente, con stipendi, vitalizi e pensioni a carico del bilancio dello Stato, per replicare in tutto e per tutto le funzioni attribuite ai deputati. Con il Sì, il Senato è ridotto da 315 a 100 unità e, divenendo Camera di rappresentanza delle istituzioni territoriali, i senatori non ricevono più uno specifico compenso per una funzione che si aggiunge a quella di sindaco e/o consigliere regionale, cariche per le quali sono già retribuiti. I nuovi senatori restano comunque eletti dai cittadini, anche se con metodo indiretto, giacché sono i cittadini ad eleggere i consiglieri regionali che a sua volta eleggono i senatori. L’elezione indiretta dei senatori è esattamente quello che avviene in 8 dei 13 paesi dell’Unione Europea che hanno una seconda Camera. Per gli altri 14 paesi, il problema non si pone perché hanno una sola Camera. Il nuovo Senato, del resto, non ha una funzione meramente decorativa perché, se è vero che non è chiamato a dare la fiducia al governo, ad approvare le leggi ordinarie e la legge di bilancio, partecipa comunque all’approvazione bicamerale delle leggi costituzionali, UE, referendum ed elettorali, come pure all’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici costituzionali etc., esattamente come avviene oggi. Inoltre, sulle leggi ordinarie approvate dal Parlamento, il nuovo Senato avrà tempo dai 10 ai 15 giorni [a seconda della materia] per avocarle a sé ed eventualmente emendarle entro i successivi 30 giorni, senza che tale procedura alimenti il conflitto tra i due rami del Parlamento, perché con la clausola di supremazia, valida solo per le leggi ordinarie, la Camera dei Deputati avrà l’ultima e decisiva parola.
Anche se in apparenza la Riforma del Senato sembra presentare più vantaggi che svantaggi, resta tutta da verificare la prassi del suo reale funzionamento: 1) per la confusione che ancora regna circa le precise modalità di elezione dei nuovi senatori, 2) in considerazione del fatto che la carica di senatore diviene aggiuntiva (e non retribuita) rispetto a quella di consigliere regionale o sindaco, e dunque potenzialmente trascurabile, 3) nel timore che il nuovo Senato diventi luogo di scontro di “campanili”. Una complicazione potrebbe venire anche dall’eccesso di “prudenza legislativa” che ha voluto mantenere una “navetta” inutile per 45 giorni tra Camera e Senato sulle leggi ordinarie, mentre non si è avuto il coraggio di introdurre il vincolo di mandato per tutti i parlamentari così da interrompere il tradizionale trasformismo della politica italiana [ben più antico della vigente Costituzione!]. Infine, qualche perplessità genera anche l’istituto dell’immunità parlamentare, non tanto perché si dovesse negarla ai nuovi senatori – che, come i deputati, hanno comunque una funzione costituzionale – quanto perché sarebbe stato bene emendarla per tutti i parlamentari. In proposito, vale la pena di ricordare quanto The Economist scriveva tra l’altro in un articolo dello Giugno scorso:

“Ci sono due sistemi generali di immunità. Il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri paesi garantiscono una forma “ristretta” di immunità: i parlamentari possono votare e parlare liberamente in parlamento o al congresso senza temere possibili cause legali o denunce penali. Il sistema “ampio” di immunità è invece più controverso: alcuni legislatori fortunati godono di immunità da ogni tipo di accusa e possono perderla soltanto in seguito a un voto parlamentare. Secondo i critici, questo sistema consente ai politici di godere di impunità per le loro azioni e incoraggia la candidatura di criminali. Hanno ragione”.

 Le nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica non sembrano apportare modifiche tali da produrre vantaggi o svantaggi. Tutto resta sostanzialmente come prima, se si esclude il fatto che con la riforma aumenta la percentuale di grandi elettori della Camera dei deputati rispetto a quelli del Senato, in conseguenza del diminuito numero di senatori. Neppure c’è il rischio, paventato dai sostenitori del No, che dal settimo scrutinio in poi – essendo sufficienti per eleggere il Presidente i 3/5 dei presenti in aula e non degli aventi diritto – con la legge elettorale attualmente in vigore per l’elezione dei deputati [italicum], la lista che abbia ottenuto il premio di maggioranza  di 340 deputati elegga praticamente da sola il Presidente. Si tratta di ipotesi puramente di scuola, perché presuppone che siano assenti dalla votazione più di 100 grandi elettori dell’opposizione.
Non ci sono dubbi invece circa i vantaggi che il prevalere del porterebbe al Paese con la soppressione del CNEL [Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro], un ente che in sessant’anni ha prodotto tanti documenti ma soltanto 14 proposte di legge, nessuna delle quali approvata dal Parlamento e che, con i suoi 64 consiglieri [120 dal 1957 al 2012], costa ai contribuenti italiani circa 20 milioni l’anno. Con la sua soppressione, il risparmio effettivo per la spesa pubblica si aggirerebbe sui 15 milioni annui, considerando che rimarrebbero “vive” le spese per il personale amministrativo, dirottato alla Corte dei Conti, nonché per la conservazione della splendida villa Lubin, attuale sede del CNEL.
Con il , un certo vantaggio, non senza qualche interrogativo, si avrebbe nel complesso rapporto tra Stato e Regioni, con la modifica del Titolo V della Costituzione. Occorre tener presente che questo punto della Riforma serve a correggere le precedenti modifiche dello stesso Titolo, introdotte dal secondo Governo di Giuliano Amato [25 Aprile 2000 – 11 Giugno 2001] e approvate con Referendum confermativo (64,20% di Sì], indetto in Agosto e svoltosi il 7 Ottobre 2001 durante il secondo Governo Berlusconi.
Sotto la spinta della Lega, l’obiettivo di allora della politica italiana era riformare lo Stato in senso federalista, accrescendo le competenze delle Regioni rispetto allo Stato. Fu inoltre riconosciuta alle Regioni completa autonomia di spesa, con il risultato - come purtroppo già avviene per le Regioni a Statuto Speciale - di far lievitare gli stipendi dei consiglieri in carica nonché di raddoppiare la spesa corrente, nel primo decennio del 2000, del 74,6% rispetto al decennio precedente. D’altra parte, poiché non fu contestualmente varato l’aumento dell’autonomia fiscale delle Regioni, le maggiori spese risultarono e risultano ancora oggi a carico dello Stato.
Con il testo di riforma costituzionale si cerca pertanto di correre ai ripari, delineando le rispettive competenze, per ridurre l’attuale conflittualità tra Stato e Regioni, e introducendo la clausola di supremazia, qualora vi sia uno specifico interesse nazionale, rispetto alle stesse competenze regionali. È proprio di queste ore la notizia che la Corte Costituzionale ha bocciato, su ricorso di un governatore della Lega, la riforma della Pubblica Amministrazione, approvata dopo più di due anni di iter parlamentare, in conseguenza del fatto che il governo ha solo sentito il parere delle Regioni, ma non ha trovato con loro l’intesa richiesta dall’attuale dettato costituzionale. Ciò che in definitiva significa che, in questo campo così come in altri di interesse nazionale, se vince il No, la sovranità continua di fatto a spettare alle Regioni e non allo Stato. D’altra parte, con la vittoria del , si corre il rischio di un eccessivo centralismo cui si accompagna, per uno strano ma purtroppo non incomprensibile paradosso, un accrescimento di potere da parte delle 5 Regioni a Statuto Speciale [Sicilia-Sardegna-Friuli Venezia Giulia-Trentino Alto Adige-Valle d’Aosta]. Desta infine qualche preoccupazione la modifica introdotta all’art. 117, che negli ultimi giorni ha letteralmente scatenato l’ira dei sostenitori del No. Per quanto esagerata e demagogica possa apparire tale reazione, resta da chiedersi perché i riformatori non abbiano chiarito preventivamente le vere ragioni della modifica del citato articolo.
Da:
“La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.”  
A:
“La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali.”

La  giustificazione di questa modifica da parte dei sostenitori del è che si tratti di questione puramente lessicale, in quanto ordinamento comunitario significa sostanzialmente la stessa cosa di ordinamento dell’Unione Europea. Il che è vero, ma non si è avuto il coraggio di dire – come tutti possono leggere su Wikipedia – che:
 “L'Unione europea è un'organizzazione internazionale politica ed economica di carattere sovranazionale, che comprende 28 paesi membri indipendenti e democratici. La sua formazione sotto il nome attuale risale al trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (entrato in vigore il 1º novembre 1993), al quale gli stati aderenti sono giunti dopo un lungo percorso intrapreso dalle Comunità europee precedentemente esistenti e attraverso la stipulazione di numerosi trattati, che hanno contribuito al processo di integrazione europea”.

Bene, perché i riformatori non hanno chiarito tempestivamente che il nuovo lessico introdotto in Costituzione, per esprimere il medesimo concetto, è la naturale conseguenza del passaggio dalle precedenti Comunità Europee all’attuale Unione Europea, formatasi ufficialmente con il trattato di Maastricht? Che si tratti di una questione formale, non c’è dubbio, perché con la vecchia o con la nuova dizione, qualsiasi legge dovrà comunque essere approvata dal Parlamento nazionale, ma di questo non tutti si rendono conto, soprattutto in considerazione del fatto che questa Europa, a conduzione tedesca e così poco democratica, è sempre meno amata dai cittadini italiani ed europei. E allora? La mancata precisazione sembra più che altro un infortunio dei riformatori, nel timore che la dizione meno generica voluta da Bruxelles portasse acqua al mulino dei No. In conclusione, tuttavia, occorre riconoscere che la nuova formulazione, ove prevalesse il , non porterebbe svantaggi all’Italia, perché nulla toglie o aggiunge a quanto già presente nel nostro ordinamento costituzionale.
Analogamente, votando non vedo sostanziali vantaggi o svantaggi circa la riforma sui referendum costituzionali e le leggi di iniziativa popolare: se da un lato, infatti, si porta da 50.000 a 150.000 il numero delle firme necessarie per una proposta di legge di iniziativa popolare [con evidente peggioramento, rispetto ad oggi, ma con la “garanzia costituzionale” che la proposta sarà discussa e votata in Parlamento], il quorum per l’approvazione dei referendum abrogativi passa dal 50% + 1 degli aventi diritto al voto, al 50% +1 dei votanti effettivi alle precedenti elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati [con notevole vantaggio rispetto ad oggi], ma solo quando il numero dei richiedenti, dagli attuali 500.000 passi a oltre 800.000 [con reale diminuzione del vantaggio introdotto per i cittadini sulla stessa materia: una sorta di gioco delle tre carte, insomma]. Nell’insieme, si tratta di una modifica bizantina, inutile, e furbesca. Altra cosa sarebbe stata, a vantaggio dei cittadini, la soppressione del quorum, come avviene per i referendum confermativi delle leggi costituzionali, e come infatti avverrà con il referendum del prossimo 4 Dicembre, dove si vince a maggioranza, prescindendo dal numero dei votanti.

Facendo un bilancio conclusivo, emerge la consapevolezza che si è persa l’occasione per fare di più, ma bisogna ricordare da quale maggioranza parlamentare nasce questa riforma costituzionale, e perché. Quel che meraviglia è che si debba assistere, ormai da mesi, ad una lotta cruenta tra i sostenitori del poco [] e sostenitori del nulla [No], pronti a giurare, quest’ultimi, che se vincerà il No, faranno loro un’autentica riforma costituzionale. E con quale maggioranza, con quella che in settant’anni non si è riusciti a mettere insieme? Verrebbe quasi voglia di restare fuori di questa mischia tutta italiana che si traveste di articoli e commi per anticipare una lotta politica che, proprio perché prematura, sarà sterile in ogni caso. Una guerra tragicomica dove, tra i sostenitori  del , c’è chi spaccia questa miniriforma per una rivoluzione e chi, tra i sostenitori del No, chiama eversivi e truffatori gli avversari, nemmeno si dovesse decidere l’uscita dall’euro e/o dall’Europa, nemmeno dovessimo eleggere il Trump italiano, invece di fare un piccolo passo nella direzione del buonsenso. Davvero verrebbe voglia il 4 Dicembre di non andare a votare, se non fosse la considerazione che qualcosa è meglio di niente, portando almeno a casa dopo settant’anni, se vincerà il , il  superamento del bicameralismo perfetto o paritario, la soppressione del CNEL e una minore conflittualità tra Stato e Regioni.


sergio magaldi