giovedì 19 ottobre 2017

Il "deicidio" impossibile del popolo ebraico




Fulvio Canetti, Amare Israele, AltroMondo editore, Vicenza, Ottobre 2017



 Una nuova edizione del libro “Amare Israele”, di Fulvio Canetti, pubblicata in questi giorni da AltroMondo Editore. L’autore si batte da tempo per dimostrare che l’accusa di “deicidio” nei confronti del popolo ebraico è alla base dell’antisemitismo di sempre. Non fu il Sinedrio a condannare a morte Gesù – non si stanca di ribadire Fulvio Canetti – bensì Ponzio Pilato, e la versione evangelica di un governatore che se ne “lava le mani” per lasciare la decisione prima al Sinedrio poi alla folla è una tarda ricostruzione antiebraica volta a corroborare la tesi del deicidio commesso dal popolo ebraico. Scrive in proposito Edoardo Recanati nella prefazione del libro: “Dopo faticosi studi di alcuni testi canonici cristiani, valutate le loro discordanze e la loro cecità davanti all’evidenza, Canetti dimostra che fu il governatore Ponzio Pilato ad usare l’inflessibile diritto romano della condanna capitale per i nemici dell’impero, Gesù compreso. Leggere e commentare i Vangeli in chiave anti-ebraica è stato un grosso sbaglio commesso dai cristiani, che hanno voluto ignorare le radici ebraiche di Gesù. Tutto questo ha generato l’antisemitismo religioso del Medio Evo, l’antisemitismo legato alla razza nel XIX secolo e oggi l’antisemitismo connesso con la presenza della Nazione ebraica”.

 Che il “deicidio” sia alla base dell’antisemitismo storico non c’è dubbio, ma come in ogni guerra di religione bisogna chiedersi “chi c’è dietro”. Agitare davanti alle folle il fantasma di un popolo che si macchia del delitto di un uomo riconosciuto come Dio da milioni di credenti è un abile espediente per far breccia nella mente e nell’animo di chi, per le condizioni di ignoranza e di fanatismo in cui è tenuto, non fa uso della ragione. Perché, anche ammettendo per un momento che il Sinedrio e la folla siano i responsabili del “deicidio”, non si vede come questa colpa possa ricadere nei secoli sul popolo ebraico, con ben più valide argomentazioni sarebbe come sostenere che gli americani sono e saranno per sempre razzisti perché hanno avuto il ku klux kan o che i tedeschi, dopo Hitler, siano tutti e per sempre nazisti. Analogamente, se a macchiarsi del cosiddetto deicidio fu Ponzio Pilato, uomo malvagio e governatore di Roma, sarebbe come dire che tutti i romani ne sono i responsabili in eterno. Allora, se il motivo dell’antisemitismo delle folle è giustamente riconducibile al “deicidio”, le vere ragioni dell’odio contro gli ebrei alimentato dalle élite dominanti, quelle che fanno la Storia e non la subiscono, tanto per intenderci, va ricercato altrove. Ma ciò che a Fulvio Canetti interessa è proprio smantellare l’antisemitismo fanatico generato dal pregiudizio, ritenendo dal proprio punto di vista che, se si riesce a demolire questo tragico muro, cadranno anche i presupposti di un odio usato strumentalmente – aggiungerei io – da chi controlla le leve del potere.

 Così, l’autore di Amare Israele porta numerosi argomenti a sostegno della propria tesi: non solo il Sinedrio non era legittimato ad emettere una condanna a morte che spettava solo al governatore romano, ma al suo interno era diviso circa la condotta da adottare. Com’è noto, per esempio, Giuseppe di Arimatea influente membro del Sinedrio era dalla parte di Gesù. Inoltre, Ponzio Pilato aveva i suoi buoni motivi per fare uccidere Gesù, assai vicino – secondo una delle tante possibili ricostruzioni storiche di questo periodo – agli zeloti, tra i più accaniti nemici di Roma e sostenitori dell’indipendenza della Giudea. Scrive Canetti nell’introduzione: «Sulla vita di Gesù sono stati scritti tanti libri, ma pochi, si sono occupati del suo processo nel Tribunale romano di Gerusalemme, condotto da Ponzio Pilato. I fatti accaduti meritano di essere approfonditi, per cercare di far luce sulle circostanze storiche, che hanno prodotto questo evento tanto drammatico, conosciuto nel mondo cristiano come la Passione di Gesù.
Gesù venne condotto di fronte a Pilato, che gli chiese: “Sei tu il re dei Giudei?” “ Tu lo dici” -rispose Gesù- senza negarlo. I Vangeli (Mt 27, 11; Mc 15,2; Lc 23,3; Gv18, 37) concordano unanimi su questo punto fondamentale del processo. La dichiarazione fatta da Gesù di fronte a Pilato, era un atto cosciente di ribellione verso l’Impero. Soltanto Roma poteva nominare un Re nella provincia della Giudea e Pilato non aveva altra scelta che infliggere all’imputato la pena capitale, come previsto dal diritto romano».

 E ancora, entrando nel merito della narrazione, a proposito dei poteri del Sinedrio, Canetti annota: «Il Sinedrio, che amministrava la Giustizia sulla popolazione ebraica, non aveva nessuna facoltà giuridica per emettere una condanna capitale, essendo questa di pertinenza esclusiva del Governatore romano. “A noi (Sinedrio) non è consentito mettere a morte nessuno’’[ Gv18,31]. Lo storico Giuseppe Flavio a riguardo scrive: “Essendo stato il territorio della Giudea, ridotto a provincia di Roma, vi fu mandato un Governatore, investito da Cesare anche del potere di condannare a morte”. Le ragioni di questa scelta da parte romana erano evidenti. Impedire qualsiasi clemenza nei confronti dei ribelli zeloti nemici dell’impero, clemenza che, con un tribunale ebraico, si sarebbe potuta verificare» [p.20].

 L’analisi di Fulvio Canetti è condotta con rigore logico e indubbia oggettività. Così, per esempio, quando ammette la responsabilità della maggioranza del Sinedrio, sotto l’impulso di Caifa, nell’aver voluto consegnare Gesù ai Romani, per timore di rappresaglie imperiali: «La scelta di Caifa fu eloquente: “È meglio che un uomo solo perisca, piuttosto che tutto il popolo” [Gv 11,50]. Caifa credette in questo modo di aver risolto il problema dell’occupazione romana della Giudea, ma il nodo scorsoio si ripresentò circa 40 anni dopo, il cui risultato fu la distruzione di Gerusalemme. L’impero di Roma non faceva sconti a nessuno, come in modo errato aveva creduto l’aristocrazia ebraica del Tempio, venduta e collaborazionista» [ibid.].

 Giustamente osserva l’autore che «Autoproclamarsi Messiah non è affatto una “bestemmia’’ per la legge ebraica, come sostenuto dalla narrazione evangelica», mentre lo è di sicuro dichiararsi “Figlio di Dio”, per l’infinita distanza che nella religione ebraica deve essere mantenuta tra l’uomo e il suo Creatore. Autoproclamarsi “re dei Giudei” è invece la testimonianza della pericolosità di Gesù, amico dei zeloti, per la pax romana e l’ordine sociale accettati da quella che Canetti chiama “l’aristocrazia ebraica del Tempio”. Il sospetto è  che questa aristocrazia “venduta e collaborazionista” non abbia inteso o non abbia voluto intendere con quale spirito Gesù affermasse di essere figlio di Dio, nel senso cioè che lo è ogni essere umano. Quanto alla denominazione di “re dei Giudei” sembra piuttosto attribuzione di altri, amici o nemici che fossero di Gesù. Insomma, comunque siano andate le cose, Fulvio Canetti analizzando momento per momento il processo a Gesù, giunge ad una conclusione opposta a quella di una tradizione più accreditata e malevola verso gli Ebrei: non fu Ponzio Pilato a “lavarsene le mani”, bensì il Sinedrio, per timore dei Romani, mentre della condanna a morte di Gesù il solo responsabile fu il governatore di Roma: «Dopo questi avvenimenti, Gesù venne messo nelle mani di Pilato. La città di Gerusalemme era alla vigilia della Pasqua ebraica (Pesah). Il popolo, affaccendato nei preparativi per la festa imminente, era preso dai propri impegni e lontano dagli avvenimenti, che si stavano svolgendo in modo drammatico. Un momento ideale per celebrare un processo. La stanza del tribunale detta “Secretarium”, era un luogo vietato al pubblico. Le guardie ebraiche, non ebbero difatti il permesso di entrarvi. Un processo senza “testimoni”  […] I soldati romani, che avevano crocefisso Gesù, si divisero le sue vesti, tirando a sorte. Era una consuetudine, per la quale il vincitore prendeva per sé le vesti del condannato. Al tramonto, il facoltoso fariseo Giuseppe di Arimatea, membro del Sinedrio, si recò da Pilato a richiedere il corpo di Gesù per la sepoltura nella sua tomba di famiglia. Ora, tale circostanza, offre due spunti interessanti di riflessione sull’andamento del processo, che conferma le nostre certezze. La prima fa pensare che Gesù fosse tra gli ispiratori della rivolta contro Roma, per le sue “connivenze” con personalità ebraiche influenti, come Giuseppe di Arimatea, membro del Sinedrio. La seconda chiarisce l’andamento del processo. Gesù non ricevette la condanna capitale dal Sinedrio come sostenuto dalla narrazione evangelica»[pp.20 e 25].

 Dopo la ricostruzione del processo, Fulvio Canetti affronta nei capitoli successivi la questione delle conseguenze storico-politiche dell’accusa di “deicidio” nei confronti del popolo ebraico. Sotto questo profilo fu determinante la divisione della Chiesa di Gerusalemme tra Giacomo, fratello di Gesù, che raccomandava agli adepti cristiani l’osservanza dei precetti ebraici e Paolo di Tarso che costruì poco a poco un cristianesimo in funzione antigiudaica con tutto ciò che ne sarebbe derivato per gli ebrei: ghettizzazione, pogrom, campi di sterminio. L’auspicio dell’autore è la continuazione del dialogo ebreo-cristiano e che, pure nella diversità, si possa amare Israele.

sergio magaldi







Fulvio Canetti, Amare Israele, AltroMondo Editore, Vicenza, ottobre 2017
Prezzo:
€ 10,00
ISBN:
9788899658892
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sabato 14 ottobre 2017

Cos'è IL PARTITO DEMOCRATICO PROGRESSISTA, cosa vuole essere?






 Un nuovo soggetto politico si aggira per la rete, o meglio ciò che per ora si lascia intravedere è solo una “cosa” con molto di nuovo, ma ancora “in nuce” e sottoforma di futura Assemblea Costituente. Si tratta del Partito Democratico Progressista [PDP], www.partitodemocraticoprogressista.it [per partecipare all’Assemblea Costituente basta entrare nel sito ed iscriversi], una neoformazione che a prima vista sembra la sintesi dei due partiti attualmente esistenti di centrosinistra. Sembra, ma non è così, se appena si dà uno sguardo ai 21 punti fondativi che saranno sottoposti all’Assemblea Costituente. Vi si coglie, innanzi tutto, la necessità di un rovesciamento di prospettiva, con l’affermazione del primato della politica sull’economia: le scelte politiche non vanno subordinate alle teorie economiche neoliberiste, com’è purtroppo nello spirito e nella prassi di tutti i partiti del panorama politico italiano. Il neoliberismo, infatti, si mostra sempre più funzionale al modello di sviluppo del capitalismo finanziario e delle élite internazionali con la globalizzazione selvaggia, la delocalizzazione delle imprese, la riduzione delle tasse per i grandi monopoli e la decurtazione dei salari e delle retribuzioni, per una politica che impone ai governi l’austerità, la progressiva eliminazione del welfare e il pareggio di bilancio, con la costante emarginazione sociale e l’impoverimento di strati crescenti di popolazione e con l’arricchimento abnorme di ristrette oligarchie. 

 L’offerta politica del costituendo PDP si basa su una lettura semplice della realtà: le forze che si richiamano al centrosinistra e persino alla sinistra denunciano sempre più, con il frazionismo che le caratterizza, la sostanziale accettazione del modello di sviluppo proposto dall’egemonia del capitale finanziario, differenziandosi solo circa le misure effimere da adottare per rendere tale modello maggiormente digeribile a quello che si ritiene essere l’elettorato tradizionale di riferimento. Le forze che si richiamano al centrodestra si dividono tra quanti sostengono apertamente la logica dello sviluppo selvaggio e quanti, animati di fervore popolare, ritengono di potersene liberare semplicemente ritagliandosi uno spazio regionale e/o nazionale, con politiche neoprotezionistiche e vagheggiando l’uscita dall’euro o addirittura dall’Europa. Infine, il Movimento Cinque Stelle – al quale occorre riconoscere il merito di aver cercato di opporsi alla deriva del centrosinistra e del centrodestra – denuncia sempre più la mancanza di una classe politica all’altezza della situazione, l’isolamento e la vaghezza di un progetto politico che si limita ad alcune rivendicazioni sociali, senza tuttavia affrontare alla radice il problema del modello di sviluppo che si intende perseguire. Con in più il rischio dell’accerchiamento, come dimostra la nuova legge elettorale, per aver lasciato cadere il cosiddetto modello tedesco e prima ancora per non aver avuto la lungimiranza politica di prevedere, a suo tempo, ciò che era abbastanza prevedibile e cioè che una volta cancellato l’italicum – la legge elettorale maggioritaria che avrebbe favorito il governo del partito più votato e dunque con ogni probabilità il Movimento Cinque Stelle – le forze concorrenti di centrodestra e di centrosinistra avrebbero fatto di tutto per vedere assottigliata, nelle prossime elezioni politiche generali, la rappresentanza parlamentare del Movimento.  

 Secondo il Partito Democratico Progressista, il rovesciamento dell’attuale prospettiva politica, con la conseguente subordinazione dell’economia al modello di società che si intende realizzare, diventa possibile attraverso una triplice sfida: 1) l’introduzione di “politiche economiche di carattere fortemente espansivo” ispirate dalla grande tradizione keynesiana, opportunamente modificata dalle esigenze contemporanee, 2) la formazione di una classe politica incorruttibile, 3) la piena occupazione, con la reale applicazione del 4° Principio Fondamentale della Costituzione Italiana: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilita` e la propria scelta, una attivita` o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della societa`.

 A differenza di altre formazioni politiche, qui almeno le idee sono chiare e anche le parole con cui sono espresse. Restano tuttavia diversi interrogativi: come si può essere certi che “politiche economiche di carattere fortemente espansivo” siano in grado di dare i risultati auspicati e cioè la crescita economica e la progressiva realizzazione della piena occupazione? E ancora: dando per scontata la bontà di queste teorie, sulla base di precedenti storici e di politiche simili messe in campo nel presente e con successo da paesi a sovranità monetaria, come sarebbe possibile introdurre i principi del keynesismo, sia pure aggiornato, in un paese che fa parte di un’Europa dominata dalla moneta unica, dalla Germania e dalle teorie neoliberiste? Il rischio dell’isolamento e del boicottaggio economico sarebbe dietro l’angolo. E se anche fosse possibile esportare tale modello di sviluppo in altri paesi dell’Unione Europea, per quale motivo le élite finanziare internazionali dovrebbero stare a guardare, rinunciando ad un progetto di egemonia a lungo coltivato e realizzato con scientifica determinazione? È auspicabile che l’Assemblea Costituente del nuovo partito sciolga questi nodi, ma intanto occorre sottolineare il coraggio di una costituenda forza politica che invita i cittadini a passare all’azione per evitare che il cerchio si chiuda in una sorta di neofeudalesimo sociale.

 Un altro interrogativo è presente nell’affermazione di voler realizzare “una classe politica incorruttibile”. Anche su questo punto occorrerà fare chiarezza, indicando esplicitamente le misure che si intendono adottare per raggiungere l’obiettivo, diversamente c’è il rischio di una dichiarazione di principio non troppo dissimile dal grido “Onestà…onestà” che si sente risuonare nelle adunate del Movimento Cinque Stelle, con il quale, almeno su questo punto, varrebbe la pena di incontrarsi e di confrontare le idee.

 Lasciano infine perplessi i punti che si richiamano all’Europa, per la quale si auspicano l’unità politica, forse federativa, e una costituzione largamente condivisa “con l’obiettivo di tutelare democrazia, sovranità popolare, stato di diritto e giustizia sociale”, ma si ammette addirittura la possibilità, per così dire, di un passo indietro qualora non si realizzi l’ideale: “In alternativa, provvisorio ritorno alla sovranità nazionale per realizzare i medesimi obiettivi. Essendo inoltre la nuova “Unione Europea” - o i futuribili Stati Uniti d'Europa - non un fine, ma un mezzo per affermare i valori democratici di sovranità popolare, giustizia sociale e stato di diritto, noi del PDP riterremmo inevitabile uscire da questa confederazione di Stati qualora non fosse più possibile portare avanti i valori fondanti della società europea all’interno dell'attuale UE. Tale uscita sarà giustificata dalla necessità e dall'opportunità di realizzare i suddetti valori e principi a livello nazionale, in attesa di tempi migliori, e sarà comunque accompagnata dall’avvio di un nuovo processo federativo e costituzionale che possa garantire un progetto politico europeo comune. Un progetto di cui la sovranità popolare e monetaria dei popoli del vecchio continente sia presupposto irrinunciabile”.

 Tutti gli altri punti fondativi sembrano coerenti con l’idea di democrazia e di progresso che costituiscono la bandiera di questo nuovo partito: dalle misure concrete per valorizzare, finalmente e dopo tante inutili chiacchiere dei partiti tradizionali, “il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese, non solo a testimonianza della storia di un popolo antico e della sua inesauribile creatività, ma anche al fine di realizzare – attraverso una moderna ed efficiente gestione pubblica – la creazione di nuovi posti di lavoro”; ad una politica che metta la Scuola, l’Università e la Ricerca “al centro degli interessi strategici dello Stato”, con la rivalutazione sociale, professionale ed economica del ricercatore e del docente di ogni ordine e grado; ad un sistema sanitario nazionale finalmente efficiente; ad un sistema bancario in grado di distinguere tra banche d’affari e banche per il credito alle famiglie e alle imprese; all’effettiva applicazione delle norme costituzionali, con l’introduzione di forme sostanziali di democrazia diretta e così via.

 Nonostante una certa rigidità dei principi fondamentali di questo nuovo Manifesto Politico, occorre riconoscere la liberalità con cui si guarda alla futura Assemblea Costituente, dando mandato agli iscritti, individui e gruppi, di elaborare lo statuto e un reale programma di governo. Si legge infatti al termine dei 21 punti fondativi: “Iscriversi all’Assemblea Costituente del PDP significa – per singoli cittadini delusi dall’inconsistenza dell’offerta politica corrente, per gli aderenti a gruppi, movimenti e partiti politici che si sentano alternativi agli ormai logori e insignificanti “centrodestra” e “centrosinistra” tradizionali, per gli stessi militanti, attivisti, dirigenti e rappresentanti istituzionali di quelle forze politiche che hanno deluso gli interessi degli italiani dal 1992 in avanti – partecipare alla costruzione di una nuova, inedita e solida Casa Comune. Tutti i costituenti, individualmente o organizzati legittimamente in correnti (in quanto magari aderenti in blocco come membri di associazioni, movimenti o partiti pre-esistenti) avranno la stessa titolarità e sovranità nel discutere, determinare la confezione e l’approvazione dello Statuto PDP e nell’elaborare un preciso programma di governo per l’Italia e i suoi territori”.

 In definitiva, al di là della comprensibile diffidenza con cui è legittimo osservare la nascita di una nuova formazione politica, occorre riconoscere al costituendo Partito Democratico Progressista la capacità di mettere al centro del dibattito politico tutta una serie di questioni per dare ai cittadini nuova consapevolezza e fiducia nella gestione della cosa pubblica.

sergio magaldi



mercoledì 4 ottobre 2017

Il DISCORSO DI FILIPPO VI alimenta il fuoco catalano




 Il discorso di Filippo VI denuncia un atteggiamento persino più duro di quello di Rajoy, senza una parola per le violenze governative del giorno del voto e senza nessuna apertura di dialogo con la Catalogna. La Corona di Spagna ha fatto la sua scelta.

S.M.

lunedì 2 ottobre 2017

LEGGE E MAZZATE NON FERMANO IL VOTO CATALANO



 In una scena di Le voci di dentro di Eduardo, Carlo Saporito chiede al brigadiere cosa possa capitare al fratello Alberto che ha denunciato la famiglia Cimmaruta di aver commesso un delitto e che ad un certo punto non è più sicuro se il fatto l’ha visto o lo ha soltanto sognato:

CARLO Brigadie', ma la famiglia Cimmaruta, diciamo... oltre al fatto che possono prenderlo a mazzate, legalmente possono far niente?
ALBERTO O legalmente o a mazzate, non è che possono fare tutte e due le cose!

 La LEGGE o le MAZZATE precisa Alberto a suo fratello prima che il brigadiere risponda e la precisazione, ancorché susciti l’ilarità del pubblico, ha una sua razionalità intrinseca. Quella razionalità di cui Mariano Rajoy, presidente del governo spagnolo, non ha fatto tesoro nell’affrontare la questione del referendum catalano. Prima si è servito della legge per farlo dichiarare incostituzionale, poi ha mandato la Guardia Civile con le pallottole di gomma, i gas lacrimogeni e i manganelli per evitarne la celebrazione. Con la conseguenza che ci sono stati più di 800 feriti e che le scene di violenza contro gente inerme, anche anziana, sono apparse su tutte le televisioni del pianeta. Con il risultato che circa due milioni e mezzo di cittadini catalani sono riusciti ugualmente a votare pronunciandosi per il Sì all’indipendenza della Catalogna al 90 per cento.

 

 In un recente post, prima del voto [vedi “GIALLO SPAGNOLO: tra meno di 24 ore riusciranno i cittadini catalani a votare?” e clicca sul titolo per leggere], sostenevo che l’atteggiamento tenuto negli ultimi anni dal Partito Popolare di Rajoy nei confronti della Catalogna - un partito che “raccoglie” al suo interno ex-gerarchi del franchismo e che governa la Spagna con una sorta di monocolore che si sostiene con l’astensione del Partito Socialista (PSOE) - rischiava di dare legittimità alla causa dell’indipendenza catalana. Dopo i fatti di ieri in cui si è esercitata una violenza inutile, non solo la Catalogna si allontana sempre di più dalla Spagna ma aumenta nell’opinione pubblica mondiale la simpatia verso questo popolo che ha dato prova di coraggio e di determinazione. È vero che in rete si aggirano i soliti dietrologi e complottisti, pronti a sostenere con disinvoltura che la crisi spagnola è voluta dall’Unione Europea e magari dagli USA,  che sarebbero allarmate dal recente sviluppo e benessere della Spagna e/o che dietro la rivendicazione dell’indipendenza e del patriottismo si cela in realtà il disegno di ricche oligarchie che vogliono pagare meno tasse e soprattutto che non vogliono condividere le proprie risorse con le regioni più povere e che a questo fine chiamano il popolo “bue” alla rivoluzione. Qualche altro sostiene poi che dietro ci siano anche Putin e i cinesi e perché no anche gli extraterrestri e gli elohim? Se in buona fede, queste tirate dimostrano scarsa conoscenza del presente e della Storia. In Spagna, è vero, c’è stata una certa ripresa, ma il Paese è fortemente indebitato con il Fondo Monetario Internazionale, la disoccupazione è maggiore che in Italia, le pensioni per legge non possono superare i 2500-3000 euro, i posti di lavoro sono sempre più precari e mal retribuiti, la corruzione è alta. Quanto alla Catalogna, la questione dell’indipendenza non è di questi anni e non può essere attribuita al progetto di “ricche oligarchie”, perché risale all’epoca dell’impero carolingio, passa per la guerra di successione spagnola, giunge sino alla lotta antifranchista e così via, ma di questo ho già parlato in altri post [vedi sopra].

 

 Cosa accadrà ora? L’impressione è che il braccio di ferro tra Madrid e Barcellona continuerà ancora. Ciudadanos, il partito di centrodestra, appendice populista del PP, per bocca della sua leader Inés Arrimadas ha chiesto a Rajoy di applicare l’articolo 155 della Costituzione spagnola per poi procedere a nuove elezioni politiche in Catalogna che sottraggano la maggioranza ai partiti indipendentisti. Misura grave e niente affatto sicura dopo il referendum e i fatti di ieri.  


Artículo 155


Articolo 155
1.Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.


1. Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa con l'approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie por obbligarla all'adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi.
2.Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas.


2. Il Governo potrà dare istruzioni a tutte le Autorità delle Comunità Autonome per l'esecuzione delle misure previste nel comma precedente.

 Dal canto suo, il Presidente della Generalità Catalana, Carles Puigdemont, potrebbe già da Mercoledì prossimo dichiarare l’indipendenza e avvalersi della Legge di Transitorietà Giuridica e Fondativa della Repubblica approvata dal Parlamento catalano il 7 di settembre u.s., in previsione della vittoria del Sì nel referendum. Vi si dice tra l’altro che la Catalogna sarà “una repubblica di diritto, democratica e sociale”, che negozierà il suo debito con la Spagna, che i cittadini catalani potranno conservare anche la nazionalità spagnola, che saranno tre le lingue ufficiali: catalano, castigliano e aragonese, che si terranno elezioni costituenti e che il nuovo Parlamento si trasformerà in Assemblea Costituente per dare una nuova costituzione alla Catalogna, che il capo di Stato della Repubblica sarà il Presidente dell’Amministrazione della Generalità.

 Le previsioni? Rajoy applicherà l’art. 155 con nuove elezioni politiche in Catalogna per liberarsi del Presidente e della giunta indipendentista. La soluzione più razionale? Quella proposta dal leader di Podemos: dimissioni di Mariano Rajoy e una maggioranza diversa per negoziare con il parlamento catalano un nuovo statuto, così da preservare l’unità della Spagna.


sergio magaldi

sabato 30 settembre 2017

GIALLO SPAGNOLO: tra meno di 24 ore riusciranno i cittadini catalani a votare?




 Comunque vadano le cose Domenica 1 Ottobre, il governo di Mariano Rajoy sta facendo di tutto per dare all’indipendenza della Catalogna quella legittimità che, almeno in base alla carta costituzionale del regno di Spagna, sembra non avere; anche se, pur parlando di indissolubilità della nazione, la costituzione nulla dice a proposito dell’eventuale diritto di altre nazioni – che pure sono parte integrante del Paese – di separarsene, come appunto chiede con questo referendum ai propri cittadini la nazione catalana, riconosciuta come tale dallo Statuto del 1979: “Cataluña, ejerciendo el derecho a la autonomía que la Constitución reconoce y garantiza a las nacionalidades y regiones que integran España, manifiesta su voluntad de constituirse en comunidad autónoma [Catalogna, esercitando il diritto all’autonomia che la Costituzione riconosce e garantisce alle nazionalità e alle regioni che formano la Spagna, manifesta la sua volontà di costituirsi in comunità autonoma] recita il secondo capoverso del Preambolo dello statuto catalano. Che la Catalogna sia riconosciuta come nazione non ci sono dubbi: oltre al Preambolo ne fanno testo la potestà legislativa e gli articoli 3 e 4 dello Statuto che gli riconoscono rispettivamente una lingua autonoma, e dunque una cultura propria, e una bandiera. C’è di più: il terzo comma dell’art.56 riconosce alla Generalità Catalana la possibilità di indire un referendum per la modifica dello Statuto. E il bello è che la Costituzione spagnola non contempla il referendum, o meglio prevede solo quello consultivo, senza peraltro vere e proprie leggi attuative. È vero d’altra parte che qui non si tratta di riformare ma di proclamare eventualmente l’indipendenza. 

 E allora bisogna risalire al 2006, allorché i catalani si videro bocciare il nuovo Statuto dal Tribunale Costituzionale, per effetto della denuncia presentata da alcuni parlamentari del Partito Popolare [di discendenza franchista] che oggi con Rajoy governa la Spagna. Non c’era la possibilità dell’autodeterminazione ma diritti sostanzialmente non differenti da quelli riconosciuti all’Andalusia, la Comunità più povera del Paese e che riceve un robusto sostegno economico, cioè la maggiore solidarietà da parte delle Autonomie e delle Regioni più ricche, come appunto la Catalogna [Il contributo allo Stato calcolato da Artur Mas, allora presidente della Generalità, era nel 2012 di 16.409 milioni di euro]. Cosa c’era di tanto rivoluzionario nello Statuto del 2006 bocciato dalla Corte Costituzionale, rispetto allo Statuto precedente? Una più forte sottolineatura dell’autonomia, con una maggiore intraprendenza finanziaria e, pur nella sostanziale parità col castigliano, l’obbligo di apprendere il catalano e di utilizzarlo come lingua di uso normale e da preferirsi per le amministrazioni pubbliche della Catalogna e nell’insegnamento. Dalla bocciatura del nuovo Statuto – che pure era stato approvato a norma di legge dal Parlamento spagnolo, da quello catalano e dal referendum dei cittadini – i governi di centrosinistra e di centrodestra non hanno più prestato attenzione alle rivendicazioni catalane. Secondo El País, uno dei più diffusi quotidiani spagnoli, dichiaratamente unionista, oltre a queste ragioni contingenti, ci sarebbero poi altri motivi [dieci] avanzati dagli indipendentisti. Il giornale li elenca e li smonta uno per uno. Mi soffermerò solo sul primo, di carattere storico, perché tutti gli altri mi sembrano più che altro valutazioni opinabili sia da parte degli indipendentisti che da quella dei loro avversari. La rivendicazione storica riguarda la guerra di successione spagnola del XVIII secolo che per i nazionalisti catalani fu una sfortunata guerra di indipendenza della Catalogna contro la Spagna. Mentre in quello stesso secolo gli americani si liberarono dalla corona inglese, la Catalogna fu sottomessa dagli spagnoli, sostengono gli indipendentisti. In realtà – osserva El País – la guerra fu una lotta tra due candidati alla corona di Spagna: Filippo V di Borbone appoggiato dalla Francia [in quanto nipote di Luigi XIV re di Francia] e dalla Castiglia e Carlo d’Austria sostenuto dall’Inghilterra e dalla Catalogna.

 Tutto ciò premesso, la politica messa in campo dal governo spagnolo, prima per essersi sottratta al confronto con la Generalità Catalana – persino negli ultimi due anni, dopo la celebrazione del referendum consultivo del 2015 che avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme e che invece ha portato a pretendere da Artur Mas, allora presidente della Generalità catalana, la multa di 5 milioni di euro – ora in prossimità della celebrazione del referendum con una politica che, come registra anche il New York Times, ha fatto parlare di “regressione democratica”, con l’arresto di 14 funzionari catalani, chiusura di siti web, mobilitazione della Guardia civile e della polizia catalana [Mossos] per sequestrare urne e schede e per impedire l’accesso alle sedi elettorali da parte dei cittadini, sanzioni  sino a trecentomila euro per chi presiede ai seggi e per chi si reca a votare, la chiusura dello spazio aereo su Barcellona, l’irruzione di questa notte di agenti della Guardia Civile nella sede del Centro di Telecomunicazioni e Tecnologia delle informazioni di Catalogna per sospendere i servizi informatici, impedendo ogni informativa sul referendum e l’eventuale voto telematico, la denuncia fatta contro Google e tante altre misure che limitano fortemente la libertà di espressione. Fin dove si spingerà ancora il governo di Madrid per fare in modo che Rajoy mantenga la parola data e cioè che i cittadini catalani non voteranno il referendum?

 Personalmente, come ho già detto in altri post [vedi in proposito Catalogna al referendum per l'autodeterminazione, Spagna permettendo e anche “L’Editoriale di El País sulla strage di Barcellona”, cliccando sui titoli per leggere], ritengo anacronistico che si parli di nuovi stati nazionali in un’Europa che avrebbe bisogno di più unità politica ed economica, di più democrazia e libertà, ma la questione catalana, per come è stata gestita dai governi spagnoli, per l’autoritarismo liberticida messo in mostra dagli eredi del franchismo, sta di fatto trainando la società civile catalana verso l’indipendenza, aumentando le adesioni a CUP [Candidatura d'Unitat Popular], la formazione politica che più di ogni altra spinge per la sovranità catalana e che raccoglie al suo interno militanti ex socialisti del PSAN [Partit Socialista d'Alliberament Nacional], repubblicani e forze di sinistra anche estreme. Comunque vadano le cose, sia che domani i catalani riescano a votare, oppure no, sia che il voto sia soltanto parziale, la democrazia spagnola si sarà dimostrata incapace di affrontare la questione catalana. Occorreranno nuove elezioni politiche generali e una nuova maggioranza al governo di Madrid –  auspicabilmente formata dal Partito socialista e da Podemos – per aprire una vero dialogo con la Generalità Catalana.



sergio magaldi







sergio magaldi

giovedì 28 settembre 2017

Istanbul degli ultimi decenni in un romanzo di Pamuk

ORHAN PAMUK, LA STRANEZZA CHE HO NELLA TESTA, Einaudi Super Et,pp.594 


  Ancora un grande romanzo di Orhan Pamuk, pubblicato di recente nella collana Super Et di Einaudi. Scritto tra il 2008 e il 2014, s’intitola  Kafamda Bir Tuhaflik, letteralmente “Stranezza nella testa”, reso in italiano con La stranezza che ho nella testa. Narra le vicende di Mevlut, un venditore di boza, e della sua numerosa famiglia. La boza è un’antica bevanda asiatica a base di grano fermentato, densa, profumata e a basso tasso alcolico. Le botteghe di boza sopravvissero sino al 1923, anno della fondazione della Repubblica Turca ma – specialmente nelle strade di Istanbul – gli ambulanti continuarono a venderla e Mevlut, ereditando la tradizione di famiglia, ne farà il proprio mestiere principale, alternandolo con la vendita di yogurt, di gelato e di riso con i ceci. Il girovagare notturno per le strade della capitale, gridando “Booo-zaaaaa”, diverrà per lui qualcosa di più di un semplice mezzo di sostentamento, rappresentando innanzi tutto un’esigenza di libertà.

 La tecnica narrativa utilizzata da Pamuk – peraltro già sperimentata con varie modalità da altri scrittori contemporanei – si basa sul far parlare di volta in volta in prima persona i vari personaggi, anche i minori, permettendo così di confrontare tra loro i diversi punti di vista rispetto alla medesima circostanza o in merito ad uno stesso avvenimento. Ai pensieri e alle osservazioni dei protagonisti, si aggiunge talora anche un breve commento.

 Chi è esattamente il bozaci [venditore di boza] Mevlut Karataș? Nato e cresciuto in un villaggio povero dell’Anatolia Centrale, a 12 anni si traferisce ad Istanbul per aiutare suo padre nella vendita ambulante di boza. A 21 anni, nel 1978, alle nozze di suo cugino Korhut, s’innamora al solo sguardo della bellissima e giovanissima sorella di Vediha, moglie di Korhut, e per anni, complice Süleyman, fratello di Korhut, farà recapitare le sue lettere alla ragazza, senza naturalmente ottenere risposta ma consapevole, secondo quanto gli riferisce il suo mentore, di averne suscitato l’interesse. Dopo quattro anni di corrispondenza, grazie ancora a suo cugino Süleyman, Mevlut organizzerà il rapimento della ragazza, ma avrà la sorpresa di constatare che la rapita consensualmente non è Samiha, la donna di cui è innamorato  e alla quale ha scritto per tanto tempo lettere piene di passione, bensì è Rayiha, sua sorella maggiore, di lei sicuramente meno bella.

 Le vicende narrate da Pamuk occupano un arco che va dagli anni Ottanta del secolo scorso sino al 2012 e seguono la crescita inarrestabile di Istanbul, il suo ingrandirsi fino ad inglobare la periferia, come i villaggi poveri sulle colline di Duttepe e Kültepe, con le loro catapecchie costruite abusivamente, e dove Mevlut trascorre la propria giovinezza aiutando suo padre nella vendita della boza e frequentando il liceo maschile Atatürk di Duttepe, senza però terminare gli studi.

 Con distacco e non senza garbata ironia, Pamuk osserva lo sviluppo tumultuoso di Istanbul, a metà strada tra occidente e medio oriente, dove al colpo di stato  militare dell’autunno del 1980 – al quale è costretto a partecipare attivamente anche Mevlut che sta ultimando il servizio militare – si susseguono giri di vite delle libertà personali, disconoscimento dei diritti umani, abusivismo edilizio, corruzione dei funzionari pubblici, familismo di veri e propri padrini come Hamit Vural il Pellegrino: “La moschea alla fine – è lui a parlare – rese felici tutti. I nullatenenti e gli squattrinati di Duttepe e Kültepe […] in quel giorno santo si misero in fila per baciarmi la mano” [p.107].   
 Mevlut, nel candore e nella semplicità del suo vivere, è il personaggio “chiave” del romanzo. Egli accetta di buon grado ciò che il destino gli riserva, senza mai ribellarsi alla sorte e questa arrendevolezza gli sarà imputata a merito. Dagli dei olimpici e sino alle religioni monoteistiche chi vive in umiltà e non si macchia di ubris è ricompensato. Dagli eventi inaspettati o dalle avversità Mevlut trae piuttosto come un senso di colpa, attribuendone la responsabilità alla stranezza che sente di avere nella testa. La stranezza di vivere – sembra suggerire Pamuk dietro le quinte – in un mondo sempre più incomprensibile e colpevole. Così è quando, di leva,  Mevlut è sorpreso dal golpe militare: “Dalle strade deserte al di là dei muri della guarnigione Mevlut si rese conto che in città stava accadendo qualcosa di insolito. L’esercito aveva proclamato lo stato d’assedio e il coprifuoco in tutta la Turchia […] Le strade, che prima erano gremite di contadini, commercianti, disoccupati e schivi connazionali, adesso si erano svuotate, ma per Mevlut era come se tutto questo fosse una stranezza della sua testa […] I militari non maltrattavano più di tanto i ricchi accusati di corruzione. Ai prigionieri politici, in genere comunisti dipinti come «terroristi», invece, praticavano la falaka. Le urla  dei giovani che, dopo essere stati prelevati dalle loro baracche nel corso di un raid della polizia, venivano torturati durante l’interrogatorio, se il vento tirava da quella parte si sentivano perfino alla guarnigione e Mevlut avanzava in silenzio verso la caserma, lo sguardo basso per il senso di colpa” [pp.192-194]. Gioverà ricordare che la falaka è una pratica di tortura tradizionale in Turchia e non solo, consistente in reiterate percosse sulla pianta dei piedi. Una diecina di anni fa, la Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato la Turchia per la pratica della falaka nelle carceri.
 E lo stesso atteggiamento Mevlut mantiene quando scopre che la ragazza rapita non è la sua innamorata. Egli non pensa a vendicarsi dell’inganno e sposa volentieri Rayiha che non può rimandare alla casa dei genitori, non tanto per una questione d’onore ma per umana sensibilità. Sarà felice con lei già dal primo momento e ne rispetterà il pudore sino al giorno delle nozze: Mevlut e Rayiha si comportarono come due estranei costretti a dividere la stanza in un motel di provincia: si tolsero i vestiti senza farsi vedere l’una dall’altro e indossarono l’una la camicia da notte, l’altro il pigiama. Fecero in modo di non incrociare gli sguardi, spensero la luce e si coricarono l’uno a fianco dell’altra, lasciando però un po’ di spazio in mezzo […] Quando si svegliò nel cuore della notte, Mevlut era completamente avvolto dall’odore di fragole che emanava la pelle di lei, e dal profumo di biscotti che promanava dal suo collo. Erano sudati per il caldo e in balia delle zanzare. I corpi dei due giovani si abbracciarono con naturalezza. Mevlut, che dalla finestra vedeva il cielo pervinca sopra la città e i neon sugli edifici, pensò per un attimo che fossero volati da qualche parte al di là del mondo, e che fossero tornati alla loro infanzia, in un vuoto privo di forza di gravità.
-Non siamo ancora sposati, - disse Rayiha, e lo respinse” [pp.217-218].

 Sempre fedele a se stesso, Mevlut non cercherà di arricchirsi come i suoi cugini, traendo profitto da fortunate e disinvolte speculazioni protette da politici e padrini, egli  lavorerà tutto il giorno ma solo per mantenere se stesso e la propria famiglia. Mevlut non si occuperà di politica – mentre in poco meno di dieci anni, tra il 1994 e il 2003 Recep Tayyip Erdoğan sarà prima sindaco di Istanbul, poi fondatore del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo [AKP: Adalet ve Kakinma Partisi] e infine presidente del Consiglio – e la sua fede islamica, senza essere un praticante ortodosso, sarà sempre caratterizzata da equilibrio, semplicità e stupore: “- L’uomo è il frutto più alto dell’albero dell’universo, - disse l’anziano uomo dai capelli bianchi, dopo averlo ascoltato con interesse. Non parlava come se mormorasse una preghiera tra sé e sé, come fanno i religiosi anziani. Il fatto che lo guardasse dritto negli occhi come un vecchio amico e gli parlasse in maniera forbita, come a uno studente, piacque a Mevlut […] Esistono due tipi di intenzioni -disse. Mevlut lo sentì chiaramente, memorizzandolo all’istante: LE INTENZIONI DEL CUORE e LE INTENZIONI DELLE LABBRA. Le intenzioni del cuore erano quelle che contavano. Era questo il fondamento di tutto l’Islam” [p.348 e 478]. Del resto, Mevlut ricordava bene quanto aveva detto Ibni Zerhani: solo in paradiso le intenzioni del cuore e quelle delle labbra coincidono.

 Il romanzo di Pamuk si conclude con una settima parte: siamo nel tardo autunno del 2012 e tutto sembra cambiato ad Istanbul, ma Mevlut continua a vendere la sua boza e il suo cuore non è mutato, mentre osserva come siano diverse le forme della città dagli anni della sua giovinezza: “Ciò che voleva dire alla città, che voleva scrivere sui muri, gli era appena venuto in mente. Proveniva da dentro di lui, ed era tutto intorno a lui, era un’intenzione sia del cuore che delle labbra:«Ho amato Rayiha più di ogni altra cosa a questo mondo», disse Mevlut tra sé e sé” [p.575].

sergio magaldi




venerdì 8 settembre 2017

Catalogna al referendum per l'autodeterminazione, Spagna permettendo




 Il braccio di ferro tra governo spagnolo e autonomia catalana sta forse per giungere all'ultimo atto. Il Parlamento catalano ieri notte ha approvato la legge che istituisce il referendum per l’autodeterminazione, annunciandone la celebrazione per il prossimo 1 Ottobre. La legge si compone, oltre che delle disposizioni finali e di  un preambolo per giustificare le ragioni del referendum, di 34 articoli, suddivisi in VI Titoli, l’ultimo dei quali comprende 3 sezioni che disciplinano l’ambito elettorale.

 Ad approvare lo storico provvedimento sono stati i soli partiti indipendentisti del Parlamento catalano che peraltro detengono la maggioranza. I deputati del Partito Popolare, di Ciudadanos e del Partito socialista hanno abbandonato l’aula al momento delle votazioni, mentre gli 11 rappresentanti catalani di Podemos [Catalunya Sì que es Pot] sono rimasti nell’aula e si sono astenuti. La protesta delle opposizioni riguarda innanzi tutto la procedura – definita antidemocratica – imposta dalla presidente del Parlamento, Carme Forcadel, che ha concesso soltanto due ore per dibattere la legge, laddove le opposizioni avevano in mente tempi più lunghi: giorni, forse addirittura qualche settimana.

 Nell’esposizione dei motivi che giustificato il varo di questa legge con procedura d’urgenza si legge tra l’altro in lingua catalana:

 Els Pactes sobre Drets Civils i Polítics i sobre Drets Econòmics, Socials i Culturals, aprovats per l’Assemblea General de Nacions Unides el 19 de desembre de 1966, ratificats i en vigor al Regne d’Espanya des de 1977 - publicats en el BOE, 30 d’Abril de 1977- reconeixen el dret dels pobles a l’autodeterminació com el primer dels drets humans […]. (I patti sopra I Diritti Civili e Politici e sopra i Diritti Economici, Sociali e Culturali, approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 19 dicembre del 1966, ratificati e in vigore nel Regno di Spagna dal 1977 – pubblicati nel BOE, il 30 aprile del 1977 – riconoscono il diritto dei popoli all’autodeterminazione come il primo dei diritti umani […] ).

 La questione non è di poco conto e già su El País di questa mattina interviene nel merito Mariola Urrea Corres, docente di diritto pubblico e direttrice del Centro di Documentazione Europea dell’Università di La Rioja. Dopo aver riconosciuto come “legittima aspirazione politica” la vocazione indipendentistica, la docente sottolinea come la spendibilità giuridica di questa rivendicazione si leghi strettamente alle procedure intraprese per renderla effettiva. Affermazione quanto meno sofistica, considerando che la costituzione spagnola recepisce al suo interno solo il referendum consultivo, tant’è che il governo nazionale, a proposito della legge varata ieri notte dal Parlamento catalano, parla di “illegalità”, “attacco alla democrazia”, “incostituzionalità”, “colpo di stato”. Quali sarebbero dunque le procedure adeguate per promuovere il diritto del popolo all’autodeterminazione? Non lo sapremo mai. Ma la docente così prosegue il proprio ragionamento: “Cataluña no tiene un derecho de autodeterminación en virtud de lo establecido en la Carta de las Naciones Unidas […] El derecho de libre determinación de lo pueblos […] encuentra su razón de ser en el proceso de descolonización o en los supuestos de pueblos anexionados por conquista, dominación extranjera, ocupación o pueblos oprimidos por violación masiva y flagrante de sus derechos. Ninguna de estas circunstancias describe la realidad catalana […]”. (Catalogna non ha un diritto all’autodeterminazione in virtù di quanto stabilito nella Carta delle Nazioni Unite […] Il diritto di libera determinazione dei popoli […] ha la sua ragione d’essere nel processo di decolonizzazione o nel caso di popoli annessi mediante conquista, dominazione straniera, occupazione o di popoli oppressi dalla violazione massiccia e costante dei propri diritti. Nessuna di queste circostanze descrive la realtà catalana […]”.

 Bene, è vero, la Catalogna non è una colonia e neppure vede conculcati i propri diritti, occorre tuttavia tener presenti tre ordini di fattori. Il primo riguarda la storia di questa terra che già nel X Secolo rivendicò e ottenne la propria indipendenza dall’Impero carolingio, che dal XII al XIV Secolo, benché unita al Regno d’Aragona, mantenne sempre un proprio particolarismo legislativo, che fu Principato e poi Generalidad autonoma dal 1365, che per 10 anni, dal 1462, fu attraversata da una guerra civile per rivendicare  la propria indipendenza, che nel 1640 si sollevò contro Aragona e Castiglia unificate. Per non parlare dei secoli successivi, quando si mantenne sempre vivo in questa terra il concetto di popolo-nazione, sino alla strenua e sfortunata lotta in prima linea per la libertà e contro il franchismo. Il secondo fattore riguarda la politica dei governi spagnoli, sorda da sette anni all’approvazione del nuovo statuto catalano. Infine, il terzo fattore riguarda un principio più generale: è chiaro come nessuna costituzione preveda il referendum per l’autodeterminazione [naturalmente posso sbagliarmi], essendo le costituzioni degli stati, così come le conosciamo, soprattutto un patto per unire e non per dividere popolazioni contigue, anche se diverse per lingua, cultura e tradizioni. Resta da chiedersi se questo principio sia giusto e se non sia più democratico prevedere il diritto all’autodeterminazione di un territorio che abbia dalla sua una tradizione secolare di autonomia e un suo Parlamento. Jean Jacques Rousseau ci ha insegnato che il patto sociale non è irreversibile e che la sovranità popolare costituisce il fondamento stesso della democrazia. Questa alienazione della sovranità di ciascuno, non importa se a beneficio di un solo uomo o di molti, di un monarca o di un’assemblea, che si giustifica solo con la semplice promessa di assicurare la convivenza civile, rappresenta per Rousseau l’ennesima mistificazione delle oligarchie del potere, in quanto ratifica lo status quo. In altri termini, se la maggioranza dei rappresentanti eletti dal popolo catalano approva una legge per verificare se esiste ancora da parte dei cittadini la volontà di continuare a far parte del Regno di Spagna o se invece detta popolazione preferisca costituirsi in Repubblica autonoma, questa manifestazione di sovranità popolare dovrebbe essere consentita, senza parlare di attentato alla costituzione o addirittura di colpo di stato e senza perseguire penalmente, come invocano i governanti spagnoli, i responsabili del gesto considerato proditorio: nella fattispecie il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, la presidente del Parlamento, Carme Forcadel e pochi altri. Dal canto suo, il presidente del governo Mariano Rajoy è stato molto esplicito nel dichiarare che questo referendum non si farà [“Faremo il necessario, senza rinunciare a nulla per evitarlo”, ha detto minaccioso] ed ha già promosso ricorso di incostituzionalità, che sarà accolto sin da questa sera. D’altra parte, la legge approvata la scorsa notte per indire il referendum si presenta formalmente corretta, ancorché non sia contemplata dalla Costituzione spagnola vigente. Ne presento di seguito solo qualche estratto nell’originale catalano:

 TÍTOL I. Objecte de la llei  [Oggetto della legge]

Article 1 
Aquesta Llei regula la celebració del referèndum d’autodeterminació vinculant sobre la independència de Catalunya, les seves conseqüències en funció de quin sigui el resultat i la creació de la Sindicatura Electoral de Catalunya. [Questa Legge regola la celebrazione del referendum di autodeterminazione, vincolante sull’indipendenza della Catalogna, sulle sue conseguenze in funzione del risultato, nonché la creazione della Sindacatura Elettorale di Catalogna]

TÍTOL II. De la sobirania de Catalunya i el seu Parlament [Della sovranità della Catalogna e del suo Parlamento]

Article 2 
El poble de Catalunya és un subjecte polític sobirà i com a tal exerceix el dret a decidir lliure i democràticament, la seva condició política. [Il popolo di Catalogna è un soggetto politico sovrano e come tale esercita il diritto a decidere legalmente e democraticamente sulla propria condizione politica]
Article 3 
1. El Parlament de Catalunya actua com a representant de la sobirania del poble de Catalunya. [Il Parlamento di Catalogna agisce come rappresentante della sovranità del popolo catalano]
2. Aquesta Llei estableix un règim jurídic excepcional adreçat a regular i a garantir el referèndum d’autodeterminació de Catalunya. Preval jeràrquicament sobre totes aquelles normes que hi puguin entrar en conflicte, en tant que regula l’exercici d’un dret fonamental i inalienable del poble de Catalunya. [Questa Legge sancisce un regime giuridico eccezionale volto a regolare e a garantire il referendum di autodeterminazione della Catalogna. Prevale in via gerarchica su tutte quelle norme con le quali possa trovarsi in conflitto, nel momento stesso che regola l’esercizio di un diritto fondamentale e inalienabile del popolo catalano]

TÍTOL III. Del referèndum d’autodeterminació [Sul referendum di autodeterminazione]

Article 4 
1. Es convoca la ciutadania de Catalunya a decidir el futur polític de Catalunya mitjançant la celebració del referèndum en els termes que es detallen. [È convocata la cittadinanza catalana per decidere sul futuro politico della Catalogna concernente la celebrazione del referendum nei termini che seguono]
2. La pregunta que es formularà en el referèndum serà: "Voleu que Catalunya sigui un estat independent en forma de república?" [La domanda che sarà formulata nel referendum è la seguente: “Volete che la Catalogna diventi uno stato indipendente di forma repubblicana?”]
3. El resultat del referèndum tindrà caràcter vinculant. [Il risultato del referendum avrà carattere vincolante]

TÍTOL IV. De la data i convocatòria del referèndum [Della data di convocazione del referendum]

Article 9 
1. El referèndum se celebrarà el diumenge dia 1 d’octubre de 2017, d’acord amb el Decret de Convocatòria. [Il referendum si celebrerà domenica 1 ottobre 2017, in conformità con il Decreto di Convocazione]

Disposició final [Disposizione finale]

Primera.- Les normes de dret local, autonòmic i estatal vigents a Catalunya en el moment de l’aprovació d’aquesta Llei es continuen aplicant en tot allò que no la contravinguin. També es continuen aplicant, d’acord amb aquesta Llei, les normes de dret de la Unió Europea, el dret internacional general i els tractats internacionals. [Primo.- Le norme di diritto locale, dell’autonomia e dello stato, vigenti in Catalogna al momento dell’approvazione di questa Legge, si continuano ad applicare per tutto ciò che non contravviene alla Legge stessa. Si continuano anche ad applicare, compatibilmente con questa Legge, le norme di diritto dell’Unione Europea, il diritto internazionale generale e i trattati internazionali]
Segona.- D’acord amb allò que disposa l’article 3.2, les disposicions d’aquesta Llei deixaran de ser vigents una vegada proclamats els resultats del referèndum llevat el que determina l’article 4 quant a la implementació del resultat. [Secondo.-In conformità con quanto dispone l’articolo 3.2, le disposizioni di questa Legge cesseranno di essere vigenti una volta proclamati i risultati del referendum, secondo quanto stabilisce l’artcolo 4, relativamente alla proclamazione dei risultati]

Entrada en vigor [Entrata in vigore]

Aquesta Llei entrarà en vigor el mateix dia de la seva publicació oficial. [Questa Legge entrerò in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione ufficiale]


sergio magaldi