sabato 19 agosto 2017

L’Editoriale di El País sulla strage di Barcellona






 In queste ore di lutto nazionale per la Spagna, mentre le televisioni sospendono la consueta programmazione per lasciare spazio alla narrazione sulla tragedia della Rambla di Barcellona e i focolai terroristici di Alcanar [Tarragona] e Cambrils, mentre le parole – purtroppo sempre le stesse in simili occasioni – così come le immagini, si ripetono sino allo sfinimento dei telespettatori, e risuonano le solite frasi ad effetto, come “No tengo miedo” [Non ho paura], Mariano Rajoy lancia il suo appello per l’unità del Paese, più che mai attuale in un momento delicato della vita nazionale in cui solo poche ore prima degli attentati terroristici si discuteva animatamente, dentro e fuori il Parlamento, sull’indipendenza della Catalogna e sul prossimo referendum. Per il resto, le parole del capo del governo spagnolo non si discostano da quelle di altri primi ministri in circostanze analoghe, per ribadire con fermezza, con i giusti ideali di libertà e di democrazia, che “Non cambieremo il nostro stile di vita”, laddove sarebbe preferibile e più semplice un chiaro e preciso riferimento alla sacralità della vita e ai diritti universali di ogni essere umano.

 Sulla scia del presidente del governo, interviene con un editoriale il più prestigioso quotidiano di Spagna: “El ataque en La Rambla llama a la unidad en una nuova agenda politica” [L’attacco contro la Rambla chiama all’unità nella prospettiva di una nuova agenda politica] – titola l’editoriale di El País di Venerdì 18 Agosto, e nel corso dell’articolo evidenzia a grandi lettere:

Este crimen tiene que
ser un aldabonazo que
devuelva a la politica
catalana a la realidad

Apelamos al Govern para
que se ponga al servicio
de los problemas
reales de Cataluña

[Questo crimine deve essere un gran colpo per riportare la politica catalana alla realtà. Lanciamo un appello al Governo perché si ponga al servizio dei problemi reali della Catalogna].

 Insomma, per El País e per Mariano Rajoy quello dell’indipendenza catalana è l’ultimo dei problemi, anzi non è nemmeno un problema a fronte degli attacchi terroristici che hanno colpito il Paese e che potrebbero colpirlo in futuro. Sicuramente è così, e parlare oggi di secessionismo di regioni europee è almeno anacronistico. Resta il fatto, che le parole di Rajoy e quelle del quotidiano di Madrid non sono certamente dettate dalla prudenza e potrebbero generare nei malevoli esercizi di dietrologia che di sicuro non vanno alimentati in una congiuntura così tragica per la Spagna e per tutta l’Europa.

 Dopo aver menzionato la strage, attribuita alla stessa matrice, della mattina di Giovedì 11 Marzo 2004 [per gli affezionati della numerologia 11 come il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle e ancora 11 se si sommano i numeri della data intera 11-03-2004, cioè 1+1+3+2+4 =11], allorché dieci zaini riempiti con esplosivo uccisero 192 persone e ferirono 2.057 persone alla stazioni di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia di Madrid – sorprendentemente sorvolando sul fatto che mancavano soltanto tre giorni alle elezioni politiche generali –  l’editoriale ricorda i recenti attentati che hanno insanguinato le strade di diverse città europee: Manchester con 22 morti, Berlino con 12, Nizza con 84 morti e 300 feriti, Bruxelles con 32 morti e 300 feriti, Parigi con 130 morti oltre ai 12 dell’attacco a Charlie Hebdo. L’articolo prosegue poi con l’analisi delle misure già prese o quelle da prendere contro il terrorismo jihadista, ma infine la lingua finisce nuovamente col battere dove il dente duole: “Celebramos, por tanto, que el presidente del Govierno, Mariano Rajoy, haya decidito encabezar, junto con la Delegacíon del Gobierno en Cataluña, la supervisión de las operaciones de respuesta ante el ataque […] Lamentablemente, el brutal atentado terrorista que ha vivido Barcelona coincide con un momento de máxima confusíon política en Cataluña. Un ataque de esta magnitud tiene que ser un aldabonazo que devuelva a la realidad a las fuerzas políticas catalanas que, desde el Govern, el Parlament o los movimientos por la independencia han hecho de la quimera secessionista la sola y unica actividad de la agenda política catalana en los últimos años”. [Apprezziamo pertanto che il capo del governo, Mariano Rajoy, abbia deciso di presiedere, unitamente alla Delegazione del Governo di Catalogna, alla supervisione delle operazioni di risposta all’attacco (…) Purtroppo, il brutale attentato terrorista che ha vissuto Barcellona coincide con un momento di massima confusione in Catalogna. Un attacco di questa portata deve essere come un gran colpo per ricondurre alla realtà le forze politiche catalane che, dal Governo, al Parlamento o ai movimenti per l’indipendenza hanno fatto della chimera secessionista la sola e unica attività dell’agenda politica catalana degli ultimi anni].

sergio magaldi


venerdì 18 agosto 2017

L'EUROPA che non c'è...



 Come già capitato, sere fa mi aspettavo di trovare al confine di Ventimiglia la gendarmeria francese coadiuvata dai cani-poliziotto e pronta ad impedire l’accesso sul sacro suolo di Francia di migranti, indesiderabili e spacciatori. E invece, con mia grande sorpresa, ho visto apparire, nella loro uniforme blu - carta da zucchero, i poliziotti italiani di frontiera, impegnati con encomiabile zelo nel controllo capillare non di chi entrasse, ma di chiunque volesse lasciare il Belpaese: passeggeri di auto private o di pullman da turismo ai quali non solo è stato chiesto di esibire il documento per uscire dall’Italia, ma a diversi di loro il documento è stato sequestrato per una buona mezz’ora, senza motivi apparenti e con un criterio difficile da comprendere, dal momento che passaporti e carte di identità sono stati ritirati anche a signore di una certa età e dalla faccia insospettabile. L’attesa per rientrare in possesso dei documenti a molti è sembrata eterna, a me ha fatto venire in mente il film “Detenuto in attesa di giudizio”, che inizia proprio ad un passaggio di frontiera italiana, con il ritiro per “accertamenti” del passaporto del protagonista, interpretato magistralmente da Alberto Sordi. Com’è noto, dopo aver atteso a lungo la restituzione del documento, Alberto Sordi si vede arrestare perché scambiato con un’altra persona.

 Questa volta, non mi sembra ci siano stati arresti e neppure errori di identità; resta il fatto strano e inquietante che mentre dei gendarmi francesi non si è vista neppure l’ombra, e neppure di quelli spagnoli, al successivo confine tra Francia e Spagna, i poliziotti italiani si dessero un gran daffare per impedire che eventuali soggetti indesiderabili lasciassero il nostro Paese. Di che si tratta? Di misure eccezionali per dare la caccia a qualcuno? Di un servizio reso ai transalpini a garanzia della loro sicurezza interna? Di un patto che stabilisce tra italiani e francesi turni periodici di sorveglianza delle frontiere? Se così fosse, perché non esiste un analogo controllo per chi esce dalla Francia ed entra in Spagna? Sarebbe interessante avere chiarimenti in merito da parte delle autorità italiane. Diversamente, i cittadini potrebbero pensare alla subalternità dell’Italia in questa Europa dominata dal capitale finanziario e dall’egemonia franco-tedesca: lasciato solo a governare la massiccia migrazione proveniente dall’Africa, il nostro Paese deve ora farsi garante anche della sicurezza per conto terzi?

sergio magaldi   



mercoledì 16 agosto 2017

La ciliegina di Allegri





 La Juve vista Domenica sera nella finale di Supercoppa italiana è apparsa, oltre che in ritardo di forma, fisicamente e tatticamente stanca, come nell’ultimo mese di Campionato, come nella finale, persa nettamente, di Champions. È vero, d’altra parte, che a pochi giorni dall’inizio della Serie A, la squadra appare indebolita rispetto allo scorso anno, non solo per le partenze di Bonucci, Dani Alves, Lemina e Rincon, ma anche perché i nuovi acquisti, Douglas Costa e Bernardeschi, sembrano più che altro variabili non determinanti rispettivamente di Cuadrado e di Pjaca.

 Partita con fervore agonistico, dopo i primi cinque minuti la Juventus si è subito afflosciata, lasciando il dominio territoriale alla Lazio e denunciando lo stato approssimativo di molti dei suoi, soprattutto a centrocampo, dove Pjanic e Khedira tutto hanno fatto tranne che creare un filtro per ostacolare le discese dei laziali e nello stesso tempo creare palle giocabili per le punte, e in attacco dove, a fronte di un Mandzukic inguardabile e di un mai servito Higuain, ci sono stati solo gli spunti di Cuadrado e le manovre di Dybala che, così come avveniva l’anno passato, continua a partire da troppo lontano per inspiegabili motivi tattici. Eppure, proprio il campione argentino – di sicuro il migliore in campo dei bianconeri – sfruttando un calcio di rigore e tirando magistralmente a rete un calcio di punizione compiva il miracolo di pareggiare quasi al novantesimo una partita già persa.

 Restano inspiegabili i cambi effettuati da Allegri: a parte gli ultimi venti minuti di un impalpabile Bernardeschi, Douglas Costa che sostituisce Cuadrado – l’unico con Dybala a mantenere viva sino a quel momento la manovra offensiva della Juve – invece dello spento Mandzukic e soprattutto il cambio di Benatia [a mio giudizio il migliore della difesa bianconera] con l’ex-milanista De Sciglio. Mossa quest’ultima che si rivelerà strategicamente determinante per la vittoria… della Lazio, quando Lukaku, ad un minuto dalla fine del recupero, involandosi indisturbato sulla fascia [dov’era Douglas Costa?!] non trovava il collaudato Lichsteiner come ultimo ostacolo, bensì il pupillo di Allegri che il robusto difensore laziale piantava in asso, dribblandolo con facilità, per poi crossare di precisione al centro dell’area avversaria per il comodo 3-2 con cui la Lazio si è aggiudicata meritatamente la Supercoppa italiana di quest’anno.

 Insomma, è quasi superfluo ripetere quanto più volte ho detto in passato: senza un vero centrocampo di filtro e regia, la Juve non potrà mai vincere una Champions e quest’anno avrà vita dura anche in Campionato. Si continua a parlare dell’arrivo di Matuidi e/o di tanti altri illustri centrocampisti, ma a pochi giorni dall’inizio del Campionato, con le partenze di Lemina e di Rincon, la Juve in mezzo al campo appare ancora più povera.


sergio magaldi      

mercoledì 2 agosto 2017

TERAPIA DI COPPIA PER AMANTI

Diego De Silva, Terapia di coppia per amanti, Einaudi Super ET, Torino 2017, pp.288, € 12,50


 Per le letture sotto l’ombrellone, ripropongo un romanzo di un paio di anni fa, ora ripubblicato per le edizioni di Einaudi Super ET e da Mondolibri. Può risultare utile per gli amanti in astensione forzata durante le vacanze estive e costretti a riflettere sulle proprie vicende personali e familiari. Ancorché scritto in un linguaggio che, nell’intento di cavalcare il proprio tempo e di strappare qualche risata, non di rado indulge alla volgarità, il romanzo del napoletano Diego De Silva si propone come una ricerca semiseria sulla condizione degli amanti: perché stanno insieme, come gestiscono la loro relazione clandestina, che si aspettano dal futuro. Per la verità, nella narrazione di De Silva, questi interrogativi sembrano più che altro ossessionare Viviana, la donna della coppia, perché lui, Modesto, musicista di professione, dal figlio sveglio e dal padre impossibile, sembra più che altro aver bisogno di viverlo l’amore con Viviana, senza bisogno di farsi tante domande.

 Che le cose non stiano come le vorrebbe Modesto si percepisce già dalle prime righe del libro: “Se pensate che gli amanti siano partigiani della felicità; gente abbastanza disillusa da aver capito che l’unico modo per resistere all’andazzo mortifero della vita matrimoniale sia farsene un’altra in cui negare ideologicamente le norme vigenti della prima, e dunque abolire ogni ruolo, ogni dovere, ogni ambizione di stabilità in nome di un unico fine superiore (il solo che poi conta veramente), quello di vedersi quando si ha voglia senza aspettarsi dall’altro più di quanto ti dà; bene se è questo che pensate, allora lasciate che vi dica che non avete la minima idea di cosa state parlando” [p.3, ed. Mondolibri]. Insomma, è del tutto illusorio pensare che l’amante sia “un fazzoletto di terra a statuto speciale dove abbandonarti ai tuoi desideri più essenziali, provvisoriamente esentato dalle rotture di coglioni che ti ammorbano l’esistenza quotidiana. Tu, lei e niente più”.

 A lasciarci intravedere come stiano realmente le cose, ci viene in soccorso Viviana, quando è il suo turno di parlare [i due amanti si alternano nel romanzo in quello che di fatto è un simbolico rivolgersi ai lettori]: “Ma con quest’uomo, accidenti, non so davvero cosa mi prende. Mi si è ribaltato tutto. Non ho più convinzioni, punti fermi, principi […] Lo voglio e non lo voglio, lo esalto e lo demolisco, lo cerco e lo allontano, lo scaccio e lo riconvoco[…] La verità è che mi sento sua, vergognosamente  sua, mentre lui, che pure mi ama, di me potrebbe anche fare senza […] Tre anni che la nostra storia va avanti, e non un segno di miglioramento. Combatto ogni giorno con la mia dipendenza, m’illudo che prima o poi riuscirò a superarla o perlomeno a inglobarla nelle attività che m’impegnano il tempo ma non c’è verso, non ne vengo fuori, sono invischiata in questo amore doloroso e non ce la faccio più a reggere la doppia vita, perché alla fine di questo si tratta […] Certo, non è stato sempre così. All’inizio tutto è facile, fattibile […] La leggerezza dei primi mesi è incantevole […] Poi un giorno qualcosa s’inceppa […] Inizi a pensare a lui continuamente, ossessivamente. Ti manca […] Perché se ne va?, ti chiedi. E non te l’eri mai chiesto. Perché torna a casa da sua moglie? Cosa ci fa con lei?” [pp.14-17].

 Così, ad un certo punto, arriva la telefonata di lei, sull’orlo di una crisi di nervi, a casa di lui, alle quattro del mattino [o di notte, secondo il punto di vista] e se non fosse per la complicità di Eric, il figlio di Modesto che ignora la relazione di suo padre, ma ha subito intuito di che si tratti, tutto sarebbe scoperto e i due amanti non sarebbero più clandestini. E, nei giorni seguenti, le interminabili discussioni tra lui giustamente risentito e lei che gli rimprovera la sua insensibilità, sino al punto di trascinarlo in una terapia di coppia. E qui tra la messa in questione, se non in ridicolo, del trattamento psicoanalitico, per le umane debolezze del terapeuta, e in una girandola di citazioni musicali, si consuma il futuro della coppia: “Ho riflettuto molto in questi giorni – dice Viviana a Modesto – e ho capito un po’ di cose. Per esempio che tu sei fatto così. Che ho sbagliato a trascinarti in analisi. Che non possiamo affidare a qualcun altro la soluzione dei nostri problemi. Che dobbiamo fare da noi. E non so se saremo in grado. Quello che devi sapere è che potrei andarmene da un giorno all’altro, quando meno te lo aspetti”.

 Pur nei limiti cui è affrontata la materia, l’autore ha l’abilità di cogliere una certa psicologia dell’amante femmina: il suo carattere lunare, romantico e minaccioso; e una psicologia altrettanto parziale dell’amante maschio, dall’atteggiamento intriso di edonismo e di superficialità, anche quando ama. In conclusione, il romanzo descrive con una certa efficacia gli innumerevoli problemi della “condizione amante”, complicata dall’idea illusoria e ossessiva che per far cessare ogni malessere tra gli amanti basterebbe trasformare la relazione clandestina in un secondo matrimonio.


sergio magaldi  

martedì 25 luglio 2017

Prima uscita della Juve e mercato bianconero




 I tifosi juventini si saranno chiesti il perché delle scelte di Allegri nella prima uscita della stagione. Partita amichevole sino ad un certo punto perché compresa tra le gare della International Champions Cup. Nel primo tempo la Juve B rimedia una brutta figura contro il Barcellona A e soccombe per due reti a zero, nel secondo tempo la Juve A riequilibra il gioco e segna un goal contro il Barcellona B, rafforzato da Suarez. Ancorché bizzarra, la decisione dell’allenatore bianconero sullo schieramento iniziale riflette la sua personalità: non potendo avere sotto gli occhi i sudamericani che, tuttavia si sono allenati con un suo collaboratore direttamente negli USA, Allegri ha deciso il loro ingresso in campo solo a secondo tempo inoltrato. Ne ha sofferto lo spettacolo o meglio, nel primo tempo a fare spettacolo sono stati solo un incontenibile Neymar, autore della doppietta, il solito Messi e gli altri giocatori catalani. D’altra parte, non era difficile prevedere quanto sarebbe accaduto nel primo tempo: schierata con il 4-2-3-1 che di fatto si è risolto in un 4-5-1, la Juve con cinque centrocampisti [Marchisio, Khedira, Lemina, Sturaro e Bentancur], incapaci di fare filtro per contenere gli avversari e al tempo stesso poco portati ad appoggiare l’unica punta, è stata dominata e costretta quasi sempre nella propria area.

 Intanto, si sono visti sul campo, sia pure in momenti diversi, i quattro nuovi acquisti bianconeri. Più convincente di tutti il portiere polacco destinato, almeno per quest’anno, a fare la riserva di Buffon. Quanto agli altri: per De Sciglio nulla di nuovo sotto il sole, con i pregi e i difetti di sempre, ma non si pretenda ora, anche se Allegri sembra stravedere per lui, che l’ex-milanista sia il sostituto di Dani Alves. Bentancur ha lasciato intravedere qualcosa, ma solo in fase offensiva e non è certo il centrocampista-regista di cui la Juve ha bisogno. Quanto a Douglas Costa, poco si può dire di lui; schierato a sinistra, si è distinto per passaggi per lo più velleitari, ma sembra appesantito nel fisico e il giudizio non può che essere rimandato. Se è stato preso in prestito per vendere Cuadrado, occorre tuttavia tenere presente qualche cifra. Tra Campionato e Champions nella scorsa stagione, l’ex del Bayern Monaco di Ancelotti  ha segnato qualche goal in più, ma ha fatto un terzo degli assist del colombiano. Naturalmente, nella notte dello scorso Sabato non era della partita Bernardeschi, il quinto recente acquisto della società bianconera, sul quale, almeno per ora, i tifosi giustamente sospendono il giudizio. Il timore è che l’ex-fiorentino, al quale si dice verrà fatta indossare la prestigiosa maglia n.10, sia la scommessa della Juve per sostituire Dybala, dalla cui cessione al Barcellona, il club ricaverebbe tre volte la somma spesa per l’acquisto di Bernardeschi [120 milioni contro 40]. Ipotesi divenuta quanto mai attuale dopo la notizia di mercato che il Paris Saint Germain pagherebbe i 220 milioni della clausola che trattiene Neymar al Barcellona. Allegri rassicura i tifosi che l’argentino rimarrà alla Juve, ma chi non ricorda che una ventina di giorni fa l’allenatore juventino si espresse nella stessa maniera a proposito di Bonucci?

 Insomma, per i tifosi bianconeri, dopo le partenze di Dani Alves e Bonucci [che sembrava destinato a diventare una bandiera juventina], c’è il pericolo di vedere Douglas Costa e Bernardeschi sostituire Cuadrado e Dybala, con un saldo che farebbe felici solo le casse societarie con un attivo di oltre cento milioni [circa 150 milioni per le cessioni contro i 40 per l’acquisto di Bernardeschi e i 5-6 per il prestito di Douglas Costa]. Almeno questi soldi servissero per l’acquisto del grande centrocampista, anzi dei due grandi centrocampisti di cui si parla inutilmente almeno da un paio d’anni. Mancati acquisti che a mio giudizio sono tra le cause che hanno determinato l’ennesima sconfitta della Juve nella finale di Champions.


sergio magaldi 

giovedì 13 luglio 2017

IL MITO DEL POTERE TRA ORIENTE E OCCIDENTE




 Pubblicato da Einaudi, esce nell’edizione italiana l’ultimo romanzo di Orhan Pamuk, il grande scrittore turco, già Nobel per la letteratura. “La donna dai capelli rossi”, questo il titolo del libro, narra la vicenda di Cem – studente, libraio, guardiano di orti, apprendista cavapozzi, ingegnere geologico e infine ricco imprenditore – tra gli anni Ottanta dell’ultimo secolo e il primo decennio del nuovo, nello scenario di una Turchia che ha vinto la sfida dello sviluppo economico, ma che resta perennemente divisa tra l’anima europea e lo spirito profondamente radicato nella tradizione e nella cultura mediorientale. Non si tratta, tuttavia, di ripercorrere lo sviluppo di Öngören, da piccolo villaggio popolato di cavapozzi o cercatori d’acqua, a periferia di Istambul; né di intrattenere i lettori su una storia d’amore, come il titolo del romanzo farebbe supporre. Pamuk, con la consueta efficacia narrativa, affronta piuttosto il tema dell’eterno conflitto tra padre e figlio. E lo fa alla luce di due tradizioni: quella greca e occidentale rappresentata dall’Edipo re di Sofocle e quella persiana e orientale tratta dal Libro dei re di Firdusi [935-1020]. Due modalità opposte di risolvere tragicamente il medesimo conflitto.
                                                                


Orhan Pamuk, La donna dai capelli rossi, Einaudi, Torino, 2017


 Ancora adolescente, Cem è abbandonato dal padre, arrestato dalla polizia per la sua militanza comunista. Una volta liberato, suo padre finisce col disinteressarsi del figlio e della famiglia. Costretto a guadagnare qualcosa per aiutare sua madre, Cem, ormai diciassettenne, accetta di seguire come apprendista mastro Mahmut Usta, che si reca a Öngören  per scavare un pozzo e trovare l’acqua. Qui il ragazzo vede per la prima volta la donna dai capelli rossi, un’attrice del teatro itinerante delle leggende educative, molto più grande di lui, e se ne innamora. In una calda notte di luglio del 1986 per la prima e unica volta Cem fa l’amore con lei. È a questo punto che s’incrociano le due antiche leggende: quella di Edipo e di Laio, che Cem aveva letto in un compendio di un anno prima, restandone affascinato, e che racconterà a Mahmut, e quella di Rostam e di Sohrab che egli vede rappresentata a teatro dagli attori della compagnia della donna dai capelli rossi.

 Tra Cem e mastro Mahmut Usta si instaura ben presto un rapporto che va ben oltre quello di apprendista e maestro. Talora è Cem a paragonarlo a suo padre:
 “Quel giorno mi alzai per controllare la cena sul fuoco e vidi che Mahmut Usta si era addormentato, sdraiato per terra; allora osservai con attenzione quella creatura distesa al suolo e, come facevo da piccolo con mio padre, ne esaminai le lunghe braccia e gambe, immaginando che lui fosse un gigante e io un lillipuziano, come nel mondo di Gulliver” [p.34, ed. mondo libri]. Altre volte è Mahmut a vagheggiarlo come figlio: “il mio mastro era mio padre, – replicava con tono didattico – Se sarai un bravo apprendista, diventerai come un figlio per me”[p.43]. Ecco delinearsi due diverse prospettive che da sempre alimentano il contrasto padre-figlio: da una parte il figlio vede nel padre colui che lo proteggerà, senza limitarne la libertà di azione, dall’altra il padre vede nel figlio colui che dovrà ascoltarlo ed ubbidirgli, senza mai ribellarsi. Libertà e autorità si scontrano, non diversamente da come avviene nella dialettica di servo e padrone, descritta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito.  

 Nel proseguire la narrazione, Pamuk sembra implicitamente domandarsi se Edipo, che uccide inconsapevolmente il padre Laio, e Rostam che altrettanto inconsapevolmente uccide il figlio Sohrab, siano innocenti perché “non sanno” oppure se la loro colpevolezza prescinda dalla loro coscienza. Insomma siamo o no responsabili del nostro inconscio? Com’è noto, Edipo uccide Laio, re di Tebe, in combattimento, senza sapere che è suo padre e, divenuto nuovo re di Tebe, sposa altrettanto inconsapevolmente sua madre Giocasta, da lei generando figli. La collera divina che sottoforma di peste si abbatte sulla città rende infine Edipo tragicamente consapevole del parricidio e dell’incesto. Nella leggenda iraniana, Rostam, eroe persiano, giunge alla città di Semengan per ritrovare il destriero che gli è stato rubato. Il re gli offre il proprio sostegno per ritrovare il cavallo e gli offre ospitalità. Durante il soggiorno a corte, Rostam s’innamora di Tehmineh, l’unica figlia del re, e la sposa. Costretto a ripartire per la guerra, Rostam dona a Tehmineh un prezioso e originale bracciale di onice, facendosi promettere che, se durante la sua assenza, le nascerà un figlio, questi indosserà il bracciale, senza più levarselo, perché lui possa riconoscerlo in qualsiasi momento. Sohrab, il figlio di Rostam e Tehmineh, benché sia ancora adolescente, si mostra un valoroso guerriero e, attirato in un tranello dai nemici suoi e di suo padre, sfida inconsapevolmente Rostam. Il combattimento tra i due si protrae a lungo e Sohrab si mostra generoso col suo avversario e gli offre ancora un’opportunità, proprio quando ha la possibilità di impartirgli il colpo mortale. Non altrettanto generoso si dimostra Rostam quando, ripreso il combattimento, sarà lui ad avere a disposizione il colpo risolutivo. Prima di morire Sohrab grida al suo avversario che suo padre Rostam giungerà a vendicarlo. Rostam impallidisce e subito dopo si dispera quando vede il gioiello di onice, che aveva regalato alla sposa, al braccio del figlio.

 Naturalmente, Pamuk si guarda bene dal rispondere al tacito interrogativo circa le responsabilità di Edipo e di Rostam, preferendo piuttosto soffermarsi sul contrasto tra le due tradizioni: ad Occidente a vincere è il figlio, il nuovo che avanza, ma sbarazzarsi del proprio passato significa essere incapaci di vedere il proprio futuro, equivale cioè ad accecarsi, proprio come capita a Edipo, sconvolto dal rimorso per aver ucciso il padre. Ad Oriente a vincere è il padre che, come un despota orientale, impedisce al nuovo di affermarsi, e al tempo stesso si condanna alla ripetizione e alla solitudine, proprio come Rostam, trasformatosi volontariamente in eremita dopo l’uccisione del figlio.

 Nel narrare le vicende di Cem, Orhan Pamuk utilizza entrambe le leggende, ma ad ognuna toglie o aggiunge qualcosa, finendo poi per scegliere, da cittadino turco che guarda verso Occidente, il figlio [Edipo] rispetto al padre [Rostam]. La colpa di Cem consiste nel ripetere la colpa di suo padre, con l’abbandono al proprio destino di colui che, in quel frangente della sua vita, ai suoi occhi è il sostituto del padre naturale. Tuttavia, a differenza di Edipo, egli è ben consapevole delle responsabilità della sua scelta. L’elemento inconscio gioca invece a suo favore laddove, entra in scena il femminile, ma qui non c’è incesto vero e proprio, bensì soltanto una ulteriore identificazione inconsapevole con il padre reale e una altrettanto inconsapevole “appropriazione” di ciò che al padre è appartenuto.

 In conclusione, nel romanzo, il mito del V sec. av. Cristo si coniuga con quello più recente della tradizione orientale – dove è assente peraltro la componente sessuale e incestuosa – secondo un’interpretazione vicina a quella che Fromm dette del cosiddetto complesso edipico, con in più l’ammissione implicita da parte di Pamuk che del guardiano della soglia [l’inconscio] siamo pur sempre responsabili noi stessi. Com’è noto, le tre maggiori, possibili interpretazioni del mito riguardano: 1) La supremazia del destino in tutte le vicende umane. 2) L’interpretazione freudiana circa il desiderio incestuoso verso il genitore dell’altro sesso che porta il soggetto ad identificarsi col genitore del suo stesso sesso e a volersene inconsciamente liberare. 3) La tesi del conflitto generazionale, che spinge il figlio a ribellarsi al padre che, ai suoi occhi, rappresenta la società che lo priva di ogni forma di potere. In proposito, in “Il linguaggio dimenticato”, Erich Fromm si domanda: “È giustificata la conclusione di Freud secondo la quale questo mito conferma la sua teoria che inconsci impulsi incestuosi e il conseguente odio contro il padre-rivale sono riscontrabili in tutti i bambini di sesso maschile? Invero sembra di sì, per cui il complesso di Edipo a buon diritto porta questo nome. Tuttavia, se esaminiamo più da vicino questo mito, nascono questioni che fanno sorgere dei dubbi sull’esattezza di tale teoria. La domanda più logica è questa: se l’interpretazione freudiana fosse giusta, il mito avrebbe dovuto narrare che Edipo incontrò Giocasta senza sapere di essere suo figlio, si innamorò di lei e poi uccise suo padre, sempre inconsapevolmente. Ma nel mito […] l’unica ragione  che viene data del loro matrimonio è che esso comporta la successione al trono […]. Ma siamo almeno in grado di formulare una ipotesi e cioè: che il mito può essere inteso come simbolo non dell’amore incestuoso tra madre e figlio, ma della ribellione del figlio contro l’autorità del padre nella famiglia patriarcale; che il matrimonio tra Edipo e Giocasta è soltanto un elemento secondario, soltanto uno dei simboli della vittoria del figlio che prende il posto di suo padre e con questo tutti i suoi privilegi. La validità di questa ipotesi può essere verificata coll’esame del mito di Edipo nel suo complesso, specialmente nella versione di Sofocle contenuta nelle altre due parti della trilogia, Edipo a Colono e Antigone”.   


sergio magaldi

mercoledì 5 luglio 2017

FANTOZZI DI STATO




 Nel rendere omaggio al grande attore che se n’è andato, giova ricordare ciò che i media hanno sottolineato in questi giorni: come Vittorio Gassman, come Alberto Sordi, scomparsi prima di lui, Paolo Villaggio ha il grande merito di aver portato sullo schermo aspetti riconoscibili del carattere italiano, ancorché esasperati dall’esigenza dello spettacolo e della comicità. Tuttavia, se di Gassman e più ancora di Sordi ricordiamo la vasta gamma di personaggi, talora persino eleganti, in cui l’italiano può rispecchiarsi e ridere volentieri di se stesso, Paolo Villaggio, con la maschera di Fantozzi [il cui nome è spesso e non a caso storpiato in “Fantocci”] ci consegna un prototipo unico, plebeo e immodificabile, capace di resistere al tempo attraverso una comicità esistenziale ai confini del dramma, condizione che non fatichiamo ad evocare nei confronti degli altri, ma che troviamo il coraggio di riferire a noi stessi solo se si tratta di scherzare. Il fatto è che nell’universo di Fantozzi c’è un accanimento del destino che male si concilia con l’innato senso di libertà di ogni essere umano e la sua aspirazione ad essere, per così dire, “padrone della situazione”. Al contrario, dove tutto sembra congiurare contro, sino al paradosso che suscita la risata, noi riconosciamo immediatamente una “situazione fantozziana”. E non è solo la nuvoletta personale dell’impiegato finalmente in vacanza, quando tutt'attorno splende il sole, ma è soprattutto l’abisso insondabile tra il destino e le aspirazioni, tra ciò che si presume di sé e la realtà dei fatti.

 Come non pensare al “Fantozzi nazionale”, nei giorni in cui scompare il suo creatore e al tempo stesso si consuma l’ennesima tragicomica vicenda legata ai migranti?

 La voce dello Stato era stata ferma e risoluta e più o meno aveva tuonato: “Alle navi che non battono bandiera italiana non sarà più consentito l’approdo nei porti italiani con il loro carico di migranti”. Parole importanti, forse dette senza pensarci troppo, ma gravide di conseguenze. Credevamo davvero che l’effetto sarebbe stato l’aprirsi all’accoglienza dei porti francesi e spagnoli alle navi non italiane cariche di migranti? E se non lo credevamo a quale scopo abbiamo pronunciato quella sorta di ultimatum che finirà per renderci ridicoli? Nello stesso giorno del pronunciamento, una torpediniera inglese approdava tranquillamente in un porto italiano col suo carico di “fratelli” africani. Ve la immaginate davvero una nave di migranti cui sia impedito l’attracco nei porti italiani e costretta a vagare per il Mediterraneo alla ricerca di un approdo alternativo e a rischio di epidemie? Quanto potremmo resistere, prima di riaprire i porti, alla tirata d’orecchie di Eurogermania, alle minacce di castigo per i nostri bilanci, e alle pressioni di chi ha investito nel traffico le proprie risorse?

 Come non bastasse, in queste stesse ore, manco a farlo apposta, dall’Inps ci arriva una lezione di verità e di vita: senza i contributi dei migranti, l’Istituto non potrebbe più a lungo pagare le pensioni degli italiani: “Come è buono lei!”, avrebbe detto Fantozzi.


sergio magaldi