giovedì 3 luglio 2014

QABBALAH E SIMBOLISMO MASSONICO (parte terza)

Disegno di Alessandro Troisi




 Il simbolismo dei luoghi e degli strumenti
 [leggi i precedenti post sull’argomento, cliccando sui titoli: Qabbalah e simbolismo massonico(parte prima) e Qabbalah e simbolismo massonico (parte seconda)]

   Col riferimento ad Hiram e al Tempio di Salomone non si esaurisce la presenza della tradizione ebraico-cabbalistica nella Libera Muratoria.

 Appena entrati in Officina ci troviamo di fronte tre pilastri, da non confondere con le due colonne, Jakin e Boaz, situate nel portico, all’ingresso del Tempio. I tre pilastri ben possono corrispondere a quelli dell’Albero della vita in analogia con le tre sephiroth che li rappresentano: Gheburah-Forza sul pilastro di sinistra (la Colonna di Settentrione del Tempio massonico), Tiphereth-Bellezza su quello di centro (dove, nel punto più alto, siede il Maestro venerabile) e ‘Hochmah-Sapienza su quello di destra (la Colonna del Meridione). 

 Sui tre pilastri trovano posto i dignitari di Loggia almeno in numero di dieci e che, d’après Jules Boucher, [1] la maggior parte degli studiosi, considera in analogia con le dieci sephiroth dell’Albero della Vita. Di diverso avviso sembra essere il Grande Oriente d’Italia. Nei Quaderni di Simbologia Muratoria, a cura di Ivan Mosca, si individuano infatti 21 funzioni tra dignitari e ufficiali di Loggia, tra loro anche cumulabili e riconducibili a 12, esprimendo con ciò l’analogia coi segni zodiacali piuttosto che con l’Albero delle sephiroth.

 Per quanto sia lecito esprimere qualche riserva sull’analogia tra le sephiroth e i dignitari di Loggia, sarei propenso a collocare nella colonna centrale il Venerabile (Kether), il Maestro delle Cerimonie (Tiphereth), il 1°Sorvegliante (Yesod) e il Copritore interno (Malkuth), nella colonna di destra il Segretario (‘Hochmah ), l’Ospitaliere (‘Hesed), il 2°Sorvegliante (Netzach) e nella colonna di sinistra l’Oratore (Binah), il Tesoriere (Gheburah) e l’Esperto (Hod).

  Anche la marcia di apprendista, compagno e maestro in Officina, per alcuni, si ispira all’Albero delle sephiroth: coi primi tre passi di apprendista, il massone si sposta successivamente da Malkuth a Yesod e da Yesod a Tiphereth. Con un passo a sinistra, da compagno, egli raggiunge ora Gheburah e con un passo a destra ‘Hesed. Il maestro appoggiandosi sulle sephiroth Binah e ‘Hochmah giunge infine a Kether, la Corona.[2]

 Al centro dell’Officina incontriamo il ‘Quadro di Loggia’ che, pur nella diversità dei gradi e delle rappresentazioni simboliche, fa riferimento di nuovo al Tempio di Salomone, alle due Colonne poste davanti al Tempio e alla leggenda di Hiram.

 Quanto alla denominazione di ‘Camera di Mezzo’, dove lavorano i maestri, è facile vederne il collegamento con la Bibbia, I Libro dei Re VI:5-8 ‘Si costruì un edificio a tre piani che circondava il Tempio da tre lati… l’ingresso al piano più basso dell’edificio intorno al Tempio si trovava sul lato destro, c’erano delle scale interne che portavano al piano di mezzo’. [3]

 Avvicinandoci all’ara, nei tre gradi di apprendista, compagno e maestro, notiamo subito che, nella figura, la squadra è simile alla lettera ebraica Resh. In entrambe, poi, si manifesta la duplicità: la squadra massonica è formata dalla livella (orizzontale) e dal filo a piombo (verticale) a sottolineare la necessità di equilibrare due elementi contrastanti e tuttavia positivi se armonizzati tra loro. La Resh ebraica è una delle sette lettere doppie. Nella versione del Sepher Yetzirah, elaborata dal Rabbi Eliahu, Gaòn de Vilna (GRA), la più seguita dai cabbalisti, la Resh indica l’alternativa tra pace e guerra e, bene utilizzata, consente di ottenere un grado elevato di crescita spirituale e la pacificazione di ogni contesa.

 Inoltre, la squadra intrecciata al compasso, nel grado di compagno, ricorda, nella forma e nel significato il Sigillo o Esagramma di Salomone. Gli strumenti intrecciati significano che il compagno massone ha raggiunto l’equilibrio tra materia e spirito. Il Sigillo di Salomone, dal canto suo, ricorda che, senza equilibrio tra forze cosmiche antagoniste, nessuna manifestazione è possibile. E ancora: sotto squadra e compasso c’è il Libro con cui la l’Officina apre i lavori. Esclusivamente libri dell’Antico Testamento nelle Logge anglosassoni, il Vangelo di San Giovanni nelle altre. [4] Così, diverse Grandi Logge statunitensi aprono i lavori col libro di Amos, nei versetti 7 e 8 del capitolo VII:

   “Il Signore mi fece avere ancora un’altra visione: stava vicino a un muro, alto e diritto, e teneva in mano un filo a piombo. Il Signore mi chiese:
   ‘Amos che cosa vedi?’
   ‘Un filo a piombo’, risposi
   ‘Ho misurato con esso il mio popolo – disse il Signore – e non posso più perdonarlo…’
 
 Accanto al Libro, sull’ara, troviamo la Menorah o candelabro a sette bracci: ‘Mi farai – dice il Signore a Mosé (Esodo, 25:31-40) – un candelabro d’oro puro fatto tutto d’un pezzo: il piedistallo e il fusto, i suoi calici, i suoi bocciòli e i suoi fiori formeranno un solo corpo con esso. Sei rami usciranno dai suoi lati, tre rami del candelabro da una parte e altri tre dall’altra…’

 La Menorah è citata in numerosi passi biblici:  in Esodo 37:17-24 per dire che Betzalel, l’artista designato da Dio in persona, ha costruito il candelabro esattamente come l’aveva progettato il Signore. Sempre in Esodo, 30:27 per raccomandare che il candelabro, insieme ad altri oggetti del Tabernacolo, sia unto con olio sacro. Ancora in Esodo il candelabro è citato tre volte: quando il lavoro è ultimato e portato a Mosé (39:37), allorché il Signore ne ordina a Mosé la collocazione nell’Abitazione o ‘Tenda dell’incontro’ a lui consacrata(40:4) e Mosé esegue (40:24). In  Levitico (24:3) per precisare a chi è concesso accenderlo. In Numeri è citato due volte: (3:31) per ribadire che l’accensione del candelabro è riservata ai leviti e (8:24) per la raccomandazione del Signore a Mosé che le sette lampade illuminino la parte anteriore del candelabro. Nel Libro di Daniele, il candelabro è citato(5:5) per ricordare il banchetto del re Baldassar, figlio di Nabucodonosor, durante il quale, apparve una mano di fronte al candelabro e scrisse parole che solo Daniele riuscì a interpretare. Nel  I Libro dei Re (7:49) e nel II Libro delle Cronache (4:7) per predisporre 10 candelabri all’interno del Tempio: 5 a destra e 5 a sinistra del santuario.  Ancora nel II Libro delle Cronache (13:11) si ricorda che l’accensione delle lampade è un obbligo verso il Signore. Nel I Libro dei Maccabei (4:49-50) il candelabro è utilizzato per la riconsacrazione del Tempio, mentre in Siracide (26:17) ha la funzione di metafora poetica: la lampada che brilla sul candelabro è paragonata a un bel volto di donna sopra un corpo grazioso.  Infine, in Zaccaria (4:1-12), il candelabro fa parte della quinta visione del profeta:

  “L’angelo incaricato di parlarmi venne a scuotermi come si fa con uno che dorme.
Mi domandò: ‘che cosa vedi?’ Io risposi: ‘vedo un candelabro d’oro, con in cima un recipiente per l’olio. Il candelabro a sette lucerne e sette beccucci per dare olio a ogni lucerna.
Vicino al recipiente ci sono due ulivi, uno a destra e l’altro a sinistra.’
E domandai all’angelo: ‘che significa tutto questo,  mio signore?’
Allora l’angelo mi spiegò: ‘Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che osservano tutta la terra…”

  Sembra interessante osservare che Betzalel, il nome dell’artista prescelto dal Signore per la costruzione della Menorah e di parte del Tabernacolo, ha valore numerico 153 (leggendo le lettere da destra a sinistra: 2+90+30+1+30 = 153), ossia il triangolo di 17. “Il 17 – osserva Nadav Eliahu – è un numero importantissimo in Cabalà poiché è il numero che indica il bene (Tov). Non a caso è la Ghematria di due dei 72 Nomi di Dio, il 1° e il 49°. Anche questi numeri non sono casuali, in quanto si riferiscono alle Cinquanta Porte dell’Intelligenza, le più importanti delle quali sono la prima dall’alto e la quarantanovesima dal basso. Ed ecco che 17 è anche il valore di EGOZ (noce), un frutto molto esoterico, studiando il quale il re Salomone derivò delle importanti considerazioni sulla struttura degli universi paralleli  (vedi il Cantico dei Cantici, al versetto ‘Sono sceso al giardino delle noci’) ” .

  Il 17, inoltre, è anche il valore di Hagadah e osserva ancora Nadav Eliahu: “ Il nome HAGADAH (leggenda) si riferisce a tutta quella parte della tradizione orale dell’Ebraismo che contiene racconti e descrizioni basate soprattutto sul funzionamento tipico dell’emisfero cerebrale destro. Il valore 17 allude all’intrinseca bontà di questa parte, a volte ingiustamente trascurata o minimizzata dagli ebrei razionalisti.”[5]

 Nella Qabbalah medievale, i sette bracci della Menorah sono associati alle sette sephiroth inferiori: da ‘Hesed a Malkuth. Nel Sepher Temunah o Libro della figura, [6]il candelabro puro d’un sol pezzo lavorato a martello’ è identificato con Binah, la sephirah dell’intelligenza, e i sette bracci, con le sette sephiroth inferiori che da lei provengono. Mentre i 49 tra calici e boccioli che sono tutto un pezzo col candelabro, come è scritto in Esodo, formano le 49 porte dell’intelligenza cioè della sephirah Binah che ne è la Cinquantesima e che neppure a Mosé, come è detto nel Talmud, fu dato oltrepassare [7]

  Nel Pardes Rimmonim o Giardino dei Melograni, il cabbalista Moshé Cordovero fa corrispondere ai sei bracci della Menorah le sephirot comprese tra la quarta (‘Hesed ‘Grazia’) e la nona (Yesod ‘Fondamento’) mentre l’asse centrale del candelabro è rappresentato dalla Alef, prima lettera dell’alfabeto ebraico e da Kether  ‘Corona’, la sephirah più alta. Alla base del candelabro c’è poi la sephirah più bassa: Malkuth  Terra o Regno. [8]

   “La Menorah accesa in Camera di Mezzo – osserva Ivan Mosca – può, meglio di ogni altro simbolo e solo come supporto aiutarci a raggiungere ‘lo scopo per il quale noi Massoni ci riuniamo’. [9]

 Sotto questo rispetto è dunque della massima importanza apprendere a far ruotare i tre bracci snodabili della Menorah e “Questa modalità – osserva ancora Ivan Mosca – sarà utile anche a noi Massoni per stabilire le corrette analogie con i nostri lavori, le iniziazioni, i passaggi di Grado, i ‘pagamenti’ agli operai per mandarli ‘via’ contenti e soddisfatti. Ma se ci limitasse a seguire nel nostro meraviglioso candelabro le sole fasi della Luna senza il loro significato esoterico, verremmo meno alla nostra ricerca. Porremo dunque sulle 7 lampade le lettere che compongono il Tetragramma che, nel Delta sacro, è sospeso sul capo del Maestro Venerabile.” [10]

 E, in effetti, le lettere del Tetragramma si trovano spesso iscritte nel Delta massonico: è il nome impronunciabile di Dio e le quattro lettere ebraiche che lo formano: uno Yud, una Heh ripetuta due volte e una Wav andrebbero studiate sia nella forma grafica che nel loro significato. I tre angoli del Delta rappresentano ancora Sapienza, Bellezza e Forza, virtù che, attraverso il Maestro venerabile, devono poter illuminare la Loggia. E il Maestro Venerabile ha in mano la Spada fiammeggiante per trasmettere il fuoco all’adepto che egli – come recita il rituale di iniziazione – dichiara di voler  c r e a r e  massone. Ed è proprio pensando all’atto creativo che molti studiosi hanno parlato di corrispondenze con le prime tre sephiroth dell’Albero della vita, allorché il Maestro venerabile pone la spada sulla testa e poi sulle spalle del neofita. [11]

   Gioverà ancora osservare che sia le tre parole di passo sia le tre ‘parole sacre’ dei tre gradi della Massoneria azzurra sono prese dalla tradizione ebraica e che le lettere delle ‘parole sacre’ di apprendista e compagno sono ricavate, mediante permutazione, dalle lettere che formano i nomi ebraici delle due Colonne poste davanti al Tempio di Salomone.

   Va infine ricordato che, nel simbolismo massonico, la ‘parola sacra’ è solo un sostitutivo della parola andata ‘perduta’ con l’assassinio di Hiram e che si dice ‘ritrovata’. Analogamente, nella tradizione ebraico-cabbalistica, la perdita della vera pronuncia del nome di Dio ha diversi sostitutivi, nessuno dei quali tuttavia è l’originale. [12]

  Una delle indagini principali  delle prime scuole di Qabbalah storica, riguardò proprio la ‘parola perduta’, il ‘vero nome’ di Dio:

  “Il giorno in cui YHWH Elohim fece il cielo e la terra ( Genesi 2:4) il nome non era intero, finché l’uomo non fu creato a immagine di Dio e il Sigillo non fu completo”. [13]

 A questa speculazione si collega quella sul male, introdotto con la frattura del Nome, che torna ad essere incompleto com’era prima della creazione dell’uomo. Ma la causa non è – come si potrebbe pensare – il peccato di Adamo. [14] Il riferimento è  bensì in Esodo,17:7: “…Vedremo se il Signore è con noi o no ”. Si allude a quando, dopo l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto, venne Amalek, capo degli Amaleciti, beduini del sud di Canaan. Allora “la mano di Amalek si levò sopra il trono di Y(a)h ” e Isacco il Cieco descrive così la lotta di Mosé contro l’Arcangelo di Amalek:

  “Mosé. dovette ricorrere all’elevazione delle mani per lottare contro l’Arcangelo e respingere le sue mani dalla sephirah Ghevourah ”. [15] Aron e Chur sostengono le mani di Mosé e Israele può vincere, ma il male si è generato. Il Nome non potrà più essere pronunciato e inevitabili conseguenze saranno la distruzione del Tempio, l’esilio e il ritrarsi delle sephiroth superiori ‘in Alto’.

   Nel collegare la ‘parola perduta’ del vero Nome di Dio alla rottura dell’equilibrio delle sephiroth dell’Albero della vita, piuttosto che al peccato di Adamo, nel divieto di indagare su En Soph Dio o Infinito, la Qabbalah storica denota, nei fatti, una sostanziale laicità. Del resto, Isacco il cieco soleva affermare che la ‘diversità ebraica’ consisteva nella pratica di una filosofia esoterica basata sullo studio e sulla conoscenza piuttosto che su una religione unicamente ispirata alla fede e al sentimento. Questo stesso principio sembra seguire la Massoneria, nell’utilizzare il simbolismo tratto dalla Qabbalah degli ebrei.
  

sergio magaldi
















[1] Cfr., J. Boucher, Op.cit., pp.98-106.  
[2]  Ibid., p. 331. Il Boucher, tuttavia, nel passo che il compagno fa a destra vede l’incontro con la cosiddetta sephirah nascosta Da’at Conoscenza, piuttosto che con la sephirah ‘Hesed Grazia. Egli scrive (Ibid.): ‘Il Compagno, con un passo a sinistra, raggiunge Geburah la Forza e, un passo a destra, lo conduce alla ‘Scienza’ tra Chochmah e Binah.’.
[3]  Ibid. p. 280 e ss.
[4]  Ibid., pp.120 e ss.
[5] cfr. Nadav Eliahu, Misparei Ha-Sod. I numeri del segreto, Milano, 1990, pp. 29-30.
[6] Il testo del Sepher ha-Temunah tradotto in italiano (con una breve introduzione circa la data presunta di composizione e il relativo contenuto), si trova in Mistica Ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo a cura di G. Busi ed E. Loewenthal, Einaudi, Torino, 1995, pp.243-346
[7] Cfr. Talmud, bRo’sh ha-shanah 21 b,  bNedarim 38a.
[8] Cfr. G. Busi, Simboli del pensiero ebraico, cit., pp. 219-221.
[9] Cfr. Luz, Trimestrale di Studi Tradizionali,  Har Tzion, n.3, Autunno 1999, pp.17-18.
[10]  Ibid., p.16
[11] Cfr. J. Boucher, Op.,cit., pp. 58-60
[12] Cfr. Giuseppe Abramo, La Cabalà e la Massoneria, pp.17-25 in  Gradus,n.22, 1989, p. 22.
[13]  in C. Mopsik, Les grands Textes de la Cabale,cit., p. 74. La traduzione è mia.
[14] Ibid.,p.83
[15] Ibid., p.85

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